L’esperienza di stage di Anisa

Il 18 dicembre del 2012 ho iniziato il tirocinio formativo della Laurea Magistrale in Storia dell’Arte presso il Museo di Arte Antica – Palazzo Madama – in occasione della mostra Tesori del patrimonio culturale albanese. La mostra si è spostata a Torino, dopo essere stata inaugurata a Roma nel mese della celebrazione del centenario dell’Indipendenza albanese. Il mio coinvolgimento in quest’attività è stato possibile grazie alla collaborazione tra l’ente museale e l’Università degli Studi di Torino.

Questa opportunità mi ha permesso di avere un’esperienza pratica e diretta dei concetti teorici appresi durante le ricerche fatte per la mia tesi triennale. Il mio lavoro di tesi riguardava, infatti, la storia dei musei in Albania dopo la seconda guerra mondiale e nei primi capitoli descrivevo la scoperta e la conservazione di parte delle collezioni inviate in questa mostra.

La mia partecipazione nella preparazione di questo evento inizia nelle fasi di organizzazione e allestimento delle collezioni, ospitate nella Sala del Senato di Palazzo Madama, dove mi sono occupata principalmente di gestione, catalogazione degli elenchi delle opere provenienti da enti museali diversi in affiancamento con varie professionalità, tra cui quella della Registrar.

Le fasi della preparazione di una mostra sono importanti per individuare lo spazio che le opere occupano, rendendo il più efficiente possibile il percorso espositivo. Questo esercizio mi ha portato a conoscere le dinamiche dietro alla preparazione di una mostra che, lontane dallo sguardo del pubblico, contribuiscono al successo o meno della stessa. Per questo motivo, un’ultima attenzione si è data anche alla pubblicizzazione e alla comunicazione dell’evento: sito web, inviti ai vari enti, inviti alle associazioni culturali, manifesti pubblicitari, promozione dell’evento in tutte le sue forme.

In un secondo momento ho seguito le attività inerenti allo studio dei visitatori. In questo modo ho famigliarizzato con un aspetto importante del museo, che non avevo studiato durante la formazione universitaria, ma che è fondamentale per capire qual è l’immagine, la presenza e il servizio che il pubblico riceve e come questi possono cambiare in favore di un dialogo più ravvicinato con chi visita il museo.

In altre realtà museali ho sempre partecipato come pubblico: nella maggior parte dei casi come un visitatore ricettivo (il quale apprende le informazioni da un’opera esposta senza poter intervenire su di essa); in altri casi come un visitatore partecipativo (il quale reinterpreta il messaggio di alcune opere esposte in museo, per intervenire con il suo lavoro artistico proponendo i significati tratti da questa esperienza tramite una creazione originale).

La novità di questa esperienza formativa è stata quella di insegnarmi un nuovo modo di vivere il museo. Vedere con gli occhi di chi offre un servizio al pubblico e cercare di rapportarsi con quest’ultimo in modo da ripensare e ad aggiornare il ruolo che il museo si pone nei confronti dei suoi visitatori e del contesto sociale in cui si inserisce, per offrire un luogo migliore di dialogo e di scambi culturali.

Da questo rapporto il museo cerca di uscirne rinnovato diventando un luogo d’interazione e di apprendimento attivo, dove ognuno può partecipare grazie al proprio contributo.

Questo tipo di attività prevede diversi modi di studiare il pubblico: l’osservazione dei diversi comportamenti delle persone in visita oppure la valutazione delle loro opinioni raccolte tramite la compilazione dei questionari. Affrontare un rapporto diretto con il pubblico, vuole dire conoscere non solo le loro opinioni ma scoprire anche gli interessi, le attrazioni e le esigenze che i visitatori hanno quando sono interessati a un evento/mostra e al museo in generale.

La relazione stabilita con il pubblico si è rivelata utile perché ha maturato in me competenze nell’avviare un dialogo mirato a portare in superficie critiche, giudizi e pensieri che difficilmente vengono espressi senza un opportuno stimolo da parte dell’intervistatore che dev’essere in grado di suscitare sufficiente interesse verso l’argomento dell’indagine.

Ritengo, in conclusione, questo tirocinio un’esperienza fondamentale per la mia formazione in quanto mi ha permesso di avere una conoscenza diretta e concreta di cosa vuol dire lavorare e vivere nell’ambito museale. Le esperienze acquisite e i concetti appresi, grazie all’aiuto dello staff di Palazzo Madama, mi serviranno come utile bagaglio per la costruzione del mio futuro percorso professionale.

Anisa Beba

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L’esperienza di stage di Monica

Ho svolto il mio tirocinio presso Palazzo Madama dal 1 luglio 2012 al 31 gennaio 2013, per 750 ore complessive, come richiesto dalla Scuola di Specializzazione in Beni Storico Artistici dell’Università degli Studi di Genova alla quale sono attualmente iscritta. La mia attività si è svolta sotto la supervisione della dott.ssa  Cristina Maritano, conservatore per le arti decorative, e ha riguardato l’indagine iconografica del fondo di porcellana del museo con una prima revisione delle schede di catalogo. 

Dopo una prima fase di preparazione e studio, che mi ha permesso di conoscere le manifatture presenti nelle collezioni, mi sono occupata di ricercare il materiale fotografico relativo ai singoli pezzi, analizzando parallelamente le schede per evidenziare eventuali lacune. In seguito ho diviso il materiale raccolto per manifattura e numero d’inventario, registrando su un database le informazioni essenziali per ogni pezzo e il tipo di materiale iconografico posseduto dal museo, in modo da avere una panoramica completa della situazione di partenza.

Con la dott.ssa Cristina Maritano abbiamo quindi iniziato a lavorare sui singoli pezzi, in particolare su quelli collocati nei depositi, dove l’osservazione diretta mi ha permesso di riconoscere la differenza tra le decorazioni, le marche e i vari tipi di pasta. Ogni oggetto è stato analizzato e fotografato, annotando lo stato di conservazione, insieme a considerazioni di carattere stilistico e attributivo. In questa occasione ho potuto partecipare attivamente sia all’allestimento delle due vetrine per la mostra «Arte e industria a Torino. Dodici capolavori di Mario Sturani per la Lenci» sia nella scelta di alcuni pezzi che dai depositi sono stati inseriti nelle vetrine del secondo piano del museo.

Infine ho aggiornato, con le nuove informazioni acquisite, le schede all’ interno del programma di catalogazione di Palazzo Madama.

L’opportunità datami dalla dott.ssa Cristina Maritano, dalla direttrice dott.ssa Enrica Pagella e dalla Fondazione Torino Musei, mi ha permesso di conoscere numerosi aspetti della vita di Palazzo Madama a partire dalla cura materiale delle opere, fino al lavoro e allo studio che sono alla base di ogni evento, mostra e pubblicazione, dandomi così la possibilità di mettere in pratica le conoscenze acquisite durante gli anni universitari e contestualmente arricchire la mia preparazione.

Monica Ferrero

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Da Dresda a Torino: il lungo viaggio di un’eredità di porcellana

Pubblichiamo la terza parte del testo ( 1° parte2° parte ) dedicato al servizio d’Azeglio per l’acquisto del quale Palazzo Madama ha lanciato una campagna di crowdfunding online.  Per contribuire all’acquisto e diventare anche voi proprietari di un’opera d’arte www.palazzomadamatorino.it/crowdfunding

3. A Dresda: Pietro Roberto Taparelli, conte di Lagnasco

Emanuele riuscì tra il 1857 e il 1858 nel compito non facile di tracciare un profilo biografico dell’antenato, ricomponendo le voci dei contemporanei e passando in rassegna l’archivio di famiglia. Da allora, a parte qualche citazione, ben poco di nuovo è emerso, e rimangono inediti la gran parte dei documenti conservati negli archivi di Dresda, tra i quali la corrispondenza del conte con il sovrano Augusto il Forte e con gli altri ministri, e gli elenchi dettagliati delle opere d’arte acquistate all’Aia.

Figlio secondogenito di Benedetto e Cristina San Martino di Parella, Pietro Roberto (1669-1732) tentò assai giovane la fortuna militare fuori dal ducato sabaudo. Documenti rintracciati da Emanuele provavano che partì con « une bien mince fortune, son père lui ayant légué une pension de 1200 livres par an et 3000 livres une fois payées, à charge de devoir par là renoncer à toute réclamation ultérieure et de retomber à la pure légitime ». Sembra che prima di servire in Sassonia, fosse stato al fianco del principe Eugenio. A Dresda la carriera fu rapida. Divenne in breve favorito di Augusto il Forte, ovvero del principe Federico Augusto I, Elettore di Sassonia, e re di Polonia con il nome di Augusto II (1670-1733).  Documentato a corte già nel 1703, fu dal 1707 comandante della Guardia a cavallo del re, dal 1714 generale di cavalleria, dal 1719 cavaliere dell’Ordine dell’Aquila bianca con titolo di ministro di gabinetto. In comune con il sovrano aveva a detta dei contemporanei la passione per la tavola, i divertimenti, e il gentil sesso. Fu inviato a L’Aia nel 1707 con l’incarico di incrementare la flotta sassone. Qui sposò nel 1710 la figlia del generale Comte de Noyelle, di cui non conosciamo il nome.  Nel 1713 fu nominato ministro plenipotenziario per la Sassonia e la Polonia alla pace di Utrecht. Legato allo Statthalter Fürstenberg, alla morte di questi fu via via allontanato dalla corte dal conte Jacob Heinrich Flemming, il potente ministro degli esteri, che ne temeva l’influsso sul re. Ricevette così denari e incarichi di ambasciate: nel 1716 l’Aia, poi più volte Roma, infine Vienna, dove “il réussit, en 1731, à aplanir heureusement un différend qui s’était élévé entre la Cour Impériale et la Cour Royale”. Nel 1721 si era sposato, dopo la morte della prima moglie, con una ricchissima vedova, la contessa Maria Josepha Thun, nata Waldstein. Appartenente ad una delle più importanti famiglie della nobiltà boema, era figlia del gran ciambellano dell’imperatore Giuseppe. Su Pietro Roberto, la prima testimonianza viene dalle lettere e dalle memorie del Barone Charles-Louis de Pöllnitz:

“Monsieur le Comte de Lagnasco est d’une taille avantageuse. Ses manières sont polies et honnêtes. Je crois que vous savez qu’il est d’une Maison distinguée en Piémont, et qu’il est Ministre d’Etat, Lieutenant Général des Armées, Capitaine des Chevaliers Gardes, et Chevalier de l’Ordre de l’Aigle Blanc. Je ne saurois vous dire comment, ni en quel tems, il est entré au service du Roi de Pologne: mais je sais que ce Ministre a d’abord su s’insinuer dans la faveur de son maitre, par beaucoup d’assiduité, par un ésprit agréable, et par la grande complaisance à entrer dans ses plaisirs. Il s’affermit si fort dans cette faveur que le Comte de Flemming le regardoit comme le seul rival qu’il eût à craindre. Cela faisoit qu’il n’avait pas toute la sympathie du monde pour lui. Le Comte de Lagnasco a été employé dans diverses ambassades; il ne fait que de finir celle de Rome; on dit qu’il va remplir celle de Vienne, et que le jeune Comte deWackerbart doit aller à Rome. Je dois vous dire encore que le Comte de Lagnasco est heureux en tout, même en mariage [...]”

Non noto a Emanuele, perché all’epoca ancora inedito, era il ritratto del conte che ne fece il figlio di Christian Augustus von Haxthausen, anch’egli ministro di Augusto il Forte:

Lagnasco n’étoit pas grand génie mais homme de bon sens, grand, bienfait et très revenant de visage, bon vivant. Il étoit franc pour un savoyard, amusant et avoit des saillies naïves qu’il proferoit avec esprit et avec des expressions propres, il étoit non chalant, sans souci et fort dépensier; il étoit très débauché pour le sexe et aimoit la bonne chère, assez sincère, bon ami, mais inutile, parce qu’il n’aimoit pas à se donner de la peine. Le roi l’aimoit et il étoit une espèce de favori, étant agréable et fait pour les parties de table et des petites débauches de vin […]. Il avoit été au prince Éugène comme capitaine; étant revenu au roi, il l’avoit bientôt élevé […]. Sa prèmière femme étoit Comtesse de Noyelles, très riche: il vecut très bien avec elle et lui avoit dépensé tout son bien, quand elle mourut sans enfans. Il fut ministre de cabinet titulaire et second plenipotentiaire de Saxe à la paix d’Utrecht.[...] Il relevoit l’ambassade uniquement par la table, son train et sa belle manière de vivre en homme de grand monde.

La contessa di Lagnasco:

“étoit petite et bossue, mais une femme d’un mérite eminent, de l’esprit infiniment, le meilleur coeur du monde, fine et plein de jugement, douce, amusante, agréable en compagnie et aimée généralement. Lagnasco devenant vieux quitta ses débauches de femmes et vecut bien avec elle. Fleming, n’en craignant plus rien, le laissa en repos jusqu’à ce qu’il mourut. Il fut presque disgracié avant sa mort ou au moins tout negligé par le roi, parce que Madame Lagnasco s’étoit trop attaché à la princesse électorale [Josephine, la moglie del futuro Augusto III].

Sappiamo di lei che coltivava una vera passione per la musica e che fu la mecenate di Johann Johachim Quantz (1697-1773) compositore e flautista tedesco, per il quale che ottenne dal re il permesso di andare a Roma al seguito del conte di Lagnasco, nel 1724.

Un commentatore inglese scriveva nel 1731 che il conte di Lagnasco: “never meddled much in the Direction of the State Affairs, but endeavoured to enjoy quietly the fat places, and pensions which his friend Count Flemming had procured for him. Yet some are of opinion that the command of Chevaier Guards will be taken from him, and given to the Count Maurice of Saxony”.

Pietro Roberto morì il 2 maggio 1732 nell’alta Slesia, mentre stava viaggiando da Vienna a Varsavia. Gli era al fianco il nipote Carlo Francesco, anch’egli emigrato in cerca di fortuna in Sassonia. Gianni Battista Balbi Simeone, conte di Riviera, ambasciatore di Carlo Emanuele III a Roma, raccolse il 23 febbraio 1769 la testimonianza di Carlo Francesco sulla morte dello zio:

1769, 23 février. Attestation par laquelle D. Carlo Tapparelli, Comte de Lagnasco, résidant à Rome, fait foi et dépose même sous serment que se trouvant en 1732 auprès du Comte Robert Tapparelli de Lagnasco, son oncle, alors vivant et lieut. Gén. Com. les chev. Gardes et ministre de cabinet d’Auguste IIme, Roi de Pologne, rappelé à Varsovie de sa mission de Vienne où il se trouvait, quand il fut arrivé à Sckiniskoff, en Silésie, terre éloignée d’environ trois heures de la ville d’Oppeln, il lui survint une grave maladie à la fin d’avril, ou au commencement de mai de ladite année 1732, et muni des Sacrements de l’Eglise, il rendit son âme à Dieu, et son cadavre fut transporté à l’Eglise des Pères Franciscains Mineurs Observants, qui est située sur une petite éminence à la distance d’environ deux heures de Sckiniskoff, sans que ledit Comte ait laissé de succession, la terre de Sckiniskoff, composée de plusieurs villages, appartenant à la Comtesse de Lagnasco, née Comtesse de Valdstein en Bohème, qui lui a survécu […].

Il convento francescano sulla collina è quello di Góra Świętej Anny (Sankt Annaberg in tedesco), e si trova a 25 km a sudovest di Oppeln. I sarcofagi di Pietro Roberto e della moglie si trovano ancor oggi custoditi nella cripta. Tre ritratti si conservano di lui. Uno riprodotto in un’incisione olandese del 1708; un secondo avente come pendant il ritratto della prima moglie, ora al Museo Civico di Torino, databile fra il 1719, anno del conseguimento dell’Ordine dell’Aquila bianca, e il 1721; infine, quello dipinto dal pittore di corte Louis de Silvestre, eseguito a Dresda nel 1724, ora nella Gemäldegalerie Alte Meister .

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Da Dresda a Torino: il lungo viaggio di un’eredità di porcellana

Pubblichiamo la seconda parte del testo (qui la 1° parte) dedicato al servizio d’Azeglio per l’acquisto del quale Palazzo Madama ha lanciato una campagna di crowdfunding online.  Per contribuire all’acquisto e diventare anche voi proprietari di un’opera d’arte www.palazzomadamatorino.it/crowdfunding

2. Le ricerche genealogiche

Ci sono oggetti nelle famiglie che si tramandano da generazione, come cose importanti, ma di cui solo vagamente si sa dire da dove vengano e a chi siano appartenute. In casa d’Azeglio più volte Emanuele aveva sentito parlare di un lontano avo migrato in Sassonia, un conte di Lagnasco che aveva fatto fortuna al servizio di Augusto II, re di Polonia. Morto senza figli, aveva lasciato alla famiglia d’origine quattro grandi ritratti della famiglia reale sassone, il proprio ritratto e quello della sua prima moglie, una contessa olandese, un servizio da caccia in cristallo di Boemia, e due servizi in porcellana di Meissen: uno più grande, da tè, da caffè e da cioccolata, con stemma Taparelli, e uno più piccolo, da tè, con lo stemma Taparelli e quello della seconda moglie, Maria Josepha Waldstein.

Passò più di un anno, e nell’inverno del 1844 Emanuele si recò a Dresda, alle prese con le prime ricerche. Ne ricavò qualche notizia su Maria Josepha e poco altro. Fu solo anni più tardi che trovò il modo di riprendere il filo per dipanare quelle vicende. Era ormai ministro plenipotenziario a Londra, e tornava di rado in Piemonte. Durante l’estate del 1856, dopo un soggiorno a Lagnasco e a Torino, si mise a esaminare con il padre i documenti dell’archivio di famiglia. Vi trovarono una lettera della duchessa Jolanda a un Gasparo de Taparellis, e dovettero con ciò discutere dell’albero genealogico della famiglia. Al ritorno a Londra, Emanuele si fece spedire “un tableau” (il ritratto del conte di Lagnasco? il quadretto di fiori?) e il servizio più piccolo, quello con le armi Taparelli-Waldstein, che sottopose al suo collega e amico il duca di Persigny, Jean-Gilbert Victor Fialin, ambasciatore francese, ex-primo ministro:

 Tableau et petites tasses sont arrivés intacts […]. Tout cela est fort admiré et Persigny en avale la salive. Nous avons ce matin passé en revue ses nombreaux livres heraldiques et avons constaté que les armoiries sur la porcelaine sont celle de la seconde femme née Waldstein et pas de la première née de Noyelles […].

 Persigny si prodigò in seguito in vario modo, conducendo personalmente ricerche in Francia per verificare le supposte origini bretoni dei Taparelli. Tra le carte di Emanuele, un quadernetto rilegato in marocchino rosso registra queste e altre notizie sulla famiglia raccolte principalmente tra il 1857 e il 1869, e poi date alle stampe, con successivi ampliamenti, nel 1884. E’ un fatto raramente ricordato, ma se uno dei libri più famosi della letteratura italiana è stato scritto, I miei ricordi di Massimo d’Azeglio, lo si deve anche a Emanuele, e ai colloqui fra i due dopo la morte di Roberto. Fu un’impresa titanica per Massimo, che sempre aveva respinto le nostalgie del passato, ma che ora trovava confortante, persino divertente, raccontare l’esperienza di una vita. Ciò non gli impediva di guardare con affettuosa ironia a certe passioni del nipote, e fanno sorridere le sue ultime lettere, dove di nuovo fa capolino quel tale conte di Lagnasco…:

 Emanuel mi vien facendo de’ regalucci: vorrei fargli una gentilezza. Mi son ricordato che, a Loveno, c’è un’incisione bruttina, ma che per lui, che coltiva l’albero genealogico, avrebbe il gran merito di rappresentare un colonnello di Lagnasco, che servì Augusto III, di Sassonia-Polonia. Fammi il piacere, se non ci vedi obbiezione, di mandarla in una cassettina, diretta a Torino N. 2, via Accademia Albertina. Mille e mille grazie, per il congedo definitivo che hai accordato al conte di Lagnasco, onde si ritiri in seno della sua famiglia. Io son certo che, se a Emanuel gli mandassi un sacco d’oro non gli farei tanto piacere. È un gusto come un altro.

continua…

 

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Da Dresda a Torino: il lungo viaggio di un’eredità di porcellana

Pubblichiamo, a partire da oggi, l’articolo dedicato al servizio d’Azeglio per l’acquisto del quale Palazzo Madama ha lanciato una campagna di crowdfunding online.  Per contribuire all’acquisto e diventare anche voi proprietari di un’opera d’arte www.palazzomadamatorino.it/crowdfunding

1.“Un quadretto di fiori”

Nella primavera del 1843 Massimo d’Azeglio (1798-1866) soggiornò per poco più di un mese a Torino, in casa del fratello Roberto, “per riveder parenti ed amici, e raccogliere notizie pel mio lavoro”. Stava infatti meditando di “dipingere un gran quadro della Lega Lombarda”, argomento non facile, sul quale trovava poco materiale (“Ma quel benedetto XII secolo, chi diavolo lo conosce?”). Un giorno, la cognata Costanza  gli chiese se poteva accontentarla in un suo desiderio, d’avere un quadretto di fiori, un omaggio alle amate nature morte fiamminghe e olandesi. Massimo non se lo fece ripetere due volte:

Ho lavorato al mio solito in questo tempo ed ho fatto quattro quadri e due quadretti. Costanza desidera che gli faccia un quadro di fiori, ed ho trovato un bel vasetto di zinco rococò dai Romagnano che metterò come episodio. Il quadretto di fiori che fo per Costanza l’ho composto nel genere di quelli che fa Scrosati con un vaso di vetro, un altro d’oro, una tazza di porcellana, un oriolo antico, ed è il primo che fo in questo genere, e ad eseguirlo dal vero ci va più tempo di quel che credevo; ma viene piuttosto bene, e voglio poi farne qualcun altro per varietà.

 In meno di una settimana l’opera era terminata, con soddisfazione di tutti: 

Il quadro alla Scrosati per Costanza è venuto benino assai, e vedo che è un genere da potersi adottare una volta ogni tanto.

 Il soggetto in realtà non fu più ripetuto e rimase un episodio isolato nella produzione di Massimo. Costanza scrisse al giovane figlio Emanuele: “Il m’a peint un tableau de fleurs qui n’est pas mal: une de tes tulipes y figure”. Emanuele (1816-1890), che non aveva ancora compiuto ventisette anni, era a quel tempo segretario di legazione a L’Aia e fra i tanti doni inviati ai genitori nei mesi precedenti – soprattutto porcellane cinesi e giapponesi – aveva spedito anche qualche bulbo di Tulipa, da cui era sbocciato il bell’esemplare screziato che spiccava fra camelie e giacinti del giardino di contrada d’Angennes.

Sulla tazzina con stemma Taparelli dipinta in primo piano nessuno di casa d’Azeglio si soffermò nelle lettere di quei giorni. Al suo ritorno a Torino, Emanuele dovette certo rallegrarsi dell’idea di inserirla nel quadro, non solo un omaggio alla memoria del casato ma anche un pensiero rivolto a lui, figlio e nipote lontano, già appassionato collezionista di antiche porcellane.

continua…

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Crowdfunding e musei: alcuni esempi

Immagine da http://lagrandequest.blogspot.it

Termini come crowdsourcing (crowd, folla + outsourcing, esternalizzazione delle attività) e crowdfunding (crowd+funding, finanziamento) sono ormai abbastanza diffusi anche nel vocabolario dei musei, molto se ne parla anche su twitter : segno che qualcosa si sta, evidentemente, muovedo. Come per altri aspetti della vita di un museo, la crisi economica incide e spinge a cercare nuove soluzioni, al di là del finanziamento pubblico e delle classiche operazioni di sponsorship. Raccogliere fondi coinvolgendo la comunità, chiedendo l’aiuto dei singoli cittadini  non è una novità nel settore cultura: un recente articolo su Le Monde, a firma di Aureliano Tonet,  fa una panoramica sul mondo della musica e del cinema.

E i musei, a che punto sono? Provo qui a fare una breve panoramica delle iniziative che, negli ultimi anni, sono state portate avanti con successo. Vi invito, anzi, a segnalarmi altre iniziative di vostra conoscenza, per cominciare a parlare di questo tema che per Palazzo Madama sta per diventare di stretta attualità.

BRITISH LIBRARY – ADOPT A BOOK

Il programma di raccolta fondi per il restauro dei fondi librari di una delle biblioteche più importanti al mondo è attivo da ben 25 anni. Si può contribuire a partire da 30 sterline e i partecipanti scelgono il singolo libro a cui dedicare la propria donazione. Questo particolare aspetto mi pare particolarmente interessante, perchè credo possa favorire la “spinta emotiva” del dono: restaurare un libro amato, o che ci ha accompagnato nella nostra vita, o dedicare questo gesto a una persona cara: un valore aggiunto al gesto solidale.

NATIONAL GALLERY, LONDON. TITIAN CAMPAIGN 2008

La National Gallery di Londra, insieme alle National Galleries of Scotland,  hanno lanciato nel 2008 la campagna per l’acquisizione di un importante dipinto di Tiziano, Diana e Atteone,  dipinto di grandi dimensioni commissionato da Filippo II di Spagna e parte di una serie.  Con Internet Archive è possibile rivedere le pagine del sito del museo dedicate alla raccolta fondi (purtroppo non il video di Nicolas Penny, che si trova sul canale youtube). La campagna ha avuto successo, il comunicato stampa finale dà conto delle donazioni raccolte, 50 milioni di sterline. E’ il primo esempio, a mia memoria, di campagna d’acquisto di un’opera d’arte basata sulla partecipazione pubblica di singoli donatori e fu proprio il video del direttore Penny a suscitare il nostro interesse.  Il messaggio forte, in comune con altre campagne successive, era salvare quel capolavoro per la Nazione, per il pubblico, per tutti i cittadini.

LOUVRE – LES TROIS GRACES DE LUCAS CRANACH - 2010

Alla fine del 2010 anche il Louvre lancia una campagna di crowdfunding per acquisire un capolavoro, le Tre Grazie di Lucas Cranach, per 1 milione di euro. Purtroppo il sito dedicato a questa campagna non è più raggiungibile, qui  si trova il comunicato stampa finale, che non riporta però i dati delle donazioni.

L’esperienza positiva ha probabilmente spinto il Louvre a creare sulla nuova recente versione del sito web un canale dedicato ai mecenati e, nel 2012, a lanciare una nuova campagna:

LOUVRE – TOUS MECENES 2012

Un sito dedicato, interviste su youtube, un pieghevole distribuito su scala internazionale (lo abbiamo ricevuto anche nei nostri uffici!), libro d’oro dei donatori online, e cifra quasi raggiunta.

ASHMOLEAN MUSEUM – SAVE MANET FOR THE PUBLIC 2012

Con otto mesi di campagna online e il contributo, tra gli altri, dell’ Heritage Lottery Fund (elemento, questo, in comune con l’acquisizione del Tiziano della National Gallery), nel 2012 l’Ashmolean ha acquisito il ritratto di Mademoiselle Claus di Edouard Manet per la cifra di 7,8 milioni di euro. Nelle parole del direttore del museo Christopher Brown , “The public’s response to the campaign for the Manet has been overwhelming…”

Sarebbe interessante conoscere anche la quota di investimento fatta nella comunicazione di queste campagne, per valutare, riprendendo le parole di Aureliano Tonet, quanto i progetti “bien marquetés” attirino più facilmente fondi, e quanto questo incida sulle scelte dei partecipanti, quanto cioè non siano i progetti innovativi, quanto i più popolari e con comunicazioni d’appeal a conquistare il successo; e quanto, invece, abbia ragione l’economista americano Jeremy Rifkin, secondo il quale il crowdfunding accompagnerà l’Homo oeconomicus- utilitarista e razionale- verso l’Homo empathicus – altruista e “connesso”-, accelerando la “nostra trasformazione in uomini completi”.

Updates:

Donating is not necessarily about giving money by Jasper Visser

qualche link da @plastipuzen:

Smithsonian: crowdfunding nel 1922

Articolo sul Tesla Science Center (aperto grazie al sostegno pubblico)

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Le abitudini culturali “altre” e il tempo libero a Palazzo Madama e al Borgo Medievale

Le abitudini culturali “altre” e il tempo libero

La costante attenzione dello staff di Palazzo Madama alle esigenze del pubblico ha prodotto una nuova indagine sui visitatori volta ad analizzare i loro consumi culturali. Inoltre si è voluto confrontare i risultati del museo con quelli del Borgo Medievale, cercando punti in comune e analizzando le differenze.

Il punto di partenza di questa analisi è stato lo studio di una ricerca condotta in Gran Bretagna e in Nuova Zelanda, che mirava a studiare le abitudini dei fruitori della cultura, suddividendoli in otto macrocategorie, ognuna con le proprie specificità, relative ai loro interessi, alla loro spesa culturale e a idee di marketing indirizzate a ogni categoria.

Nella ricerca qui condotta si è cercato di capire se ci fossero delle differenze significative tra il pubblico di Palazzo Madama e del Borgo Medievale, due realtà museali differenti tra loro ma con in comune la presenza radicata nel territorio torinese e l’ubicazione in due aree diverse ma entrambe molto amate dai cittadini: Piazza Castello e il Parco del Valentino.

L’obiettivo della ricerca era quello di tracciare dei  profili dei visitatori per comprendere meglio le loro necessità e poter rispondere al meglio alle loro richieste; capendo cosa preferiscono fare nel loro tempo libero, e con chi, è possibile ideare proposte innovative che possano invogliare il pubblico a partecipare a queste attività.

I questionari

Il periodo di indagine è compreso tra le prime due settimane di ottobre 2012 (02-5/10 Borgo Medievale, 09-12/10 Palazzo Madama) ed è stato deciso di somministrare 25 questionari per museo, poiché essendo ricchi di domande e di informazioni l’analisi dei risultati sarebbe risultata troppo onerosa.

Il metodo di somministrazione è avvenuto tramite questionario cartaceo fatto compilare in autonomia dal visitatore poiché si è ritenuto più utile ai fini dell’indagine statistica non “influenzare” in alcun modo la persona. Le domande erano in totale 22 per il Borgo Medievale e 23 per Palazzo Madama, visto che si è deciso di aggiungere la domanda relativa al titolo di studio dopo aver analizzato in una prima fase i questionari del Borgo. Esse prevedevano tutte risposte predefinite e in aggiunta si poteva scrivere liberamente nella risposta “Altro”, dove era presente lo spazio per ulteriori risposte.

Analisi e confronto dati

Analizzando i dati dei questionari è emerso una notevole differenza di pubblico tra i frequentatori del Borgo e quelli di Palazzo Madama. I punti in comune sono davvero pochi, mentre le diversità sono tante e rilevanti.

Il primo dato importante è la differenza di età: al Borgo Medievale la maggioranza ha più di 50 anni mentre a Palazzo Madama ha tra i 18-30, seguita dai maggiori di 50. Nell’ultimo museo la fascia di età media (31-50) è praticamente assente mentre al Borgo è del 23%.

Social Network e internet

In entrambi i musei il pubblico ha un uso quotidiano di internet, anche se a Palazzo Madama è possibile notare una propensione maggiore nell’uso delle piattaforme social. Questo è un dato importante perché permette al museo di capire quali sono i canali di comunicazione utilizzati dal pubblico e può trovare strategie nuove per rispondergli. Basti portare ad esempio il caso del profilo Instagram di Palazzo Madama e dei grandi risultati che sta ottenendo, in termini di partecipazione e di innovazione. I risultati dei questionari mostrano però un dato contrastante: in entrambi i musei la maggior parte dei visitatori non segue sui social alcun museo o istituzione culturale, quelli che lo fanno utilizzano soprattutto Facebook, e, nel caso di Palazzo Madama, anche Instagram e Twitter. Sarebbe utile capire il perché di questi risultati in modo tale da strutturare delle risposte adeguate.

Il tempo libero

Dai confronti sul tempo libero e sulla frequenza e tipologie di attività svolte emerge che il pubblico di Palazzo Madama è molto più attivo e eterogeneo. Infatti si può notare come questi visitatori partecipino a tutte le attività prese in esame, anche se in piccole percentuali. Spicca la scelta per pic-nic ed escursioni, seguiti da le passeggiate in città e nei boschi o in campagna.

In particolare è il confronto tra le sottocategorie delle attività svolte nel tempo libero che fornisce i dati più interessanti: i visitatori di Palazzo Madama, oltre ad essere presenti in tutte le attività, prediligono, rispetto a quelli del Borgo, gli spettacoli vari di teatro, i concerti, i programmi televisivi, gli sport, la lettura, le attività adrenaliniche. Sono quindi attivi su tutti i fronti e, oltre a visitare musei e gallerie, occupano il loro tempo libero con svariate attività, principalmente in compagnia di amici e del partner, anche se una buona parte le svolge da solo. Al Borgo invece una parte partecipa alle attività in compagnia di amici, ma anche della famiglia, percentuale invece molto bassa a Palazzo Madama.

Analisi incrociata dati

Prendendo esempio dallo studio inglese sui Culture Segments, si sono svolte delle analisi incrociate dei dati cercando di individuare delle tendenze di consumi culturali, utilizzando dei fattori chiave, come l’età, il titolo di studio o le attività del tempo libero.

Nel caso del Borgo Medievale si sono incrociati età, museo preferito e lo svago, ed è emerso che il museo frequentato da tutte le fasce di età è quello di arte antica. In quello archeologico è assente la fascia d’età più grande mentre è ben presente in quelli contemporanei. La fascia di età compresa tra i 18 e i 30 è attiva in tutti i campi, dalle passeggiate in città alle attività adrenaliniche, mentre i maggiori di 50 sono i meno attivi. Un risultato importante è emerso dalli studio incrociato su titolo di studio, museo preferito e svago, utilizzando i risultati di Palazzo Madama.

Come mostra anche il grafico si può notare che chi ha una scolarità bassa è quasi del tutto assente nei musei, con unica eccezione per quelli di arte antica. Questo è un dato importante perché il museo frequentato potrebbe diventare tramite per avvicinare questo tipo di pubblico verso le altre istituzioni; in base a questo risultato si potrebbero pensare delle attività o delle lezioni incentrate su temi “sensibili” e poco conosciuti. Un dato che non sorprende è che i musei contemporanei siano frequentati soprattutto da laureati o altro, forse a ragione della difficoltà di comprensione del luogo se non con delle conoscenze pregresse. Le altre analisi sono state utili per capire meglio con chi si partecipa al tempo libero o alle attività del museo, informazioni utili per ideare e strutturare i laboratori o le proposte di attività didattiche.

Questa analisi è stata utile perché è un primo passo verso una nuova visione del pubblico del museo, gli operatori culturali si interrogano quotidianamente su come poter soddisfare le loro necessità. Lo studio qui presentato è un punto di partenza e come in tutte le fasi sperimentali è stato difficoltoso e presenta delle migliorie, ma senza dubbio può aprire la strada a nuove riflessioni su questi argomenti così importanti e delicati.

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Un viaggio a Limoges per il progetto MEMIP

Il progetto MEMIP (“Medieval enamels, metalwork and ivories in Piedmont”) prevede tra i suoi obbiettivi – per quanto riguarda Palazzo Madama – , la realizzazione di un catalogo sistematico degli smalti medievali del museo, introdotto da un saggio di approfondimento sulla diffusione  tra Due e Trecento delle oreficerie prodotte a Limoges nei territori anticamente compresi nel ducato sabaudo (Piemonte, Valle d’Aosta, Savoia e Vaud). In questi ultimi mesi, dopo le necessarie ricerche bibliografiche, abbiamo individuato una serie di oggetti liturgici preziosi usciti dalle botteghe di Limoges (pissidi, croci, cassette-reliquiario), oggi conservati in varie chiese tra Francia, Svizzera e Italia nord-occidentale: opere che abbiamo raggiunto, fotografato, e che abbiamo presentato in occasione della giornata di studi dedicata a MEMIP prevista a Palazzo Madama il 26/11/2012. La trasferta a Limoges, al Musée des Beaux Arts- Palais de l’Êveché , è stata organizzata allo scopo di consultare il preziosissimo archivio Gauthier conservato presso il Centro di Documentazione del museo (un fondo di circa 10.000 foto di oreficerie limosine, donate alla città da Marie-Madeleine Gauthier, massima studiosa degli smalti prodotti nelle botteghe orafe di Limoges nel Medioevo). Le foto, raccolte all’interno di eleganti scatole nere sono ordinate per luoghi di conservazione, in ordine alfabetico da Albi/Aquisgrana a Valencia. L’archivio non solo ha permesso utili confronti tipologici, stilistici e iconografici per i pezzi di Palazzo Madama, ma ha anche svelato la presenza di smalti limosini – di cui non conoscevamo l’esistenza – in centri come Besançon, Losanna, Nizza (tutti musei sprovvisti di cataloghi), arricchendo così il nostro Corpus territoriale in costruzione. Senza contare le importanti segnalazioni, contenute in apposite scatole, relative a quegli smalti limosini passati in asta o presentati presso gallerie d’arte di Torino (e di qui passati nel collezionismo privato) nel corso del Novecento: indicazioni che aiuteranno ad affrontare un altro tema nel catalogo futuro, quello della fortuna degli smalti di Limoges in Piemonte tra XIX e XX secolo. Inoltre tutte le foto recano sul verso appunti a mano della Gauthier: proposte cronologiche con punti interrogativi, attribuzioni, veloci confronti e rimandi: tutte indicazioni preziose per datare e contestualizzare anche i nostri oggetti.

A fianco dell’archivio, ho potuto lavorare anche nella biblioteca interna del museo, ricca di pubblicazioni specifiche su pezzi d’eccezione della raccolta del museo e sui tesori delle chiese locali, assistita da un gentilissimo conservatore . A coronare due giornate molto intense e proficue di lavoro , oltre alla visita della città, c’è stata la visita del museo. Un museo civico nato alla fine dell’Ottocento (come il Museo Civico d’Arte Antica di Torino), con collezioni ordinate lungo tre filoni principali (secondo il nuovo allestimento inaugurato nel 2010): i materiali che raccontano la storia della città dall’età romana al Settecento (con molta scultura medievale, allestita in un complesso museografico assai vicino a quello del nostro Lapidario…); la pittura dai primitivi all’Ottocento; e gli smalti, con sale specifiche per gli smalti medievali , gli smalti dipinti del Rinascimento e Manierismo, fino ad arrivare agli smalti del ‘900 e alle recenti creazioni di artisti contemporanei. Unico punto negativo della trasferta: la lunghezza del viaggio. Dodici ore di treno da Torino a Limoges, passando da Parigi, dato che sono carenti le linee ferroviarie dirette tra Lione e la Francia centro- meridionale.

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Il museo è mobile: ispirazioni digitali dal seminario Mobiles for Museums

Le nuove tecnologie possono aiutare i musei a perseguire la propria missione culturale? In un’epoca in cui tablet, smartphone e social network stanno diventando sempre più diffusi, in che modo deve essere ripensato il contributo del “pubblico”? Come possono essere integrati i nuovi strumenti di comunicazione mobile all’interno della strategia digitale di un museo?  

Per cercare di approfondire queste domande, lunedì 5 novembre 2012 abbiamo partecipato a Mobiles for Museums, un seminario organizzato dal Dipartimento di Elettronica e Informazione del Politecnico di Milano. Relatrice d’eccezione è stata Nancy Proctor, co-chair di Museums and the Web (la conferenza più importante al mondo sul tema musei-nuove tecnologie) e Head of Mobile Strategy and Initiatives presso “il più grande complesso museale al mondo”, ovvero la Smithsonian Institution di Washington D.C. Proviamo a sintetizzare qui di seguito gli aspetti principali emersi durante il seminario, in un’ottica di condivisione e ampliamento del dibattito.  

Un obiettivo ambizioso: costruire e diffondere la conoscenza grazie al contributo di tutti  

 L’ampliamento e la diffusione della conoscenza rientrano nella mission dei musei: se fino ad ora il raggiungimento di questi obiettivi è stato quasi esclusivamente affidato allo staff delle singole istituzioni, nel 21° secolo i nuovi mezzi di comunicazione spingono verso una riconcettualizzazione della questione. Grazie alla propria strategia digitale, la Smithsonian Institution si propone di perseguire la sua mission “reclutando il mondo intero”: attraverso iniziative di crowdsourcing, chiunque abbia accesso al web -idealmente attraverso uno smartphone o un tablet- può dare il proprio contributo. Mentre in alcuni casi è auspicabile la partecipazione di persone che abbiano una conoscenza approfondita in un determinato settore – come nel caso della Guyana Expedition- , in altri il valore aggiunto è costituito dalla presentazione della propria esperienza personale e dalla moltiplicazione dei punti di vista.  Tre esempi in questo senso sono le app Access American Stories, Stories from Main Streets e Stories of World Heritage.  

Access American Stories: una app della Smithsonian Institution che sfrutta le potenzialità del crowdsourcing

La prima è una app che consente di descrivere 100 oggetti esposti presso la mostra American Stories del National Museum of American History, nonché di ascoltare, commentare e votare le registrazioni lasciate da altri visitatori. L’app, oltre a essere una bella iniziativa di crowdsourcing, è anche un esempio di come lo sviluppo di strumenti interpretativi ideati per persone diversamente abili possa amplificare tout court l’accessibilità e la partecipazione: pensata per facilitare l’esperienza di visita delle persone ipovedenti, Access American Stories è in realtà uno strumento che offre valore aggiunto a una pluralità di visitatori.  

Stories from Main Street è un progetto che mira a raccogliere storie sulla vita delle piccole cittadine americane, mentre Stories of World Heritage, realizzata in collaborazione con l’UNESCO, consente di comprendere il valore di alcuni siti considerati patrimonio mondiale dell’umanità anche attraverso le opinioni e i punti di vista di coloro che abitano in quei luoghi, li hanno visitati o ne sono attratti.  

   

Misurare la partecipazione: monitoraggio e benchmarking  

   

La piramide della partecipazione

Per capire il grado di partecipazione del pubblico è necessario non solo stabilire gli obiettivi che si vogliono raggiungere, ma anche determinare quali siano gli indicatori chiave e i metodi che permettono di valutare il successo delle iniziative digitali. Poiché le app e i progetti mobile sviluppati dai musei sono un fenomeno ancora relativamente recente, al momento è difficile proporre metodi definitivi e consolidati. Ciò che pare comunque importante è che le attività di monitoraggio prendano in considerazione sia elementi quantitativi sia qualitativi. Considerando la “piramide della partecipazione” spesso citata dagli esperti di settore, un modo semplice per monitorare il grado di coinvolgimento attivo è il calcolo del numero di persone che contribuisce alla produzione dei contenuti rispetto al numero di persone che usufruisce di una determinata iniziativa digitale. La raccolta periodica di questi dati permette di valutare l’andamento della partecipazione in una prospettiva diacronica, oltre a fornire un’utile base per il benchmarking e il posizionamento delle attività del museo in un contesto più ampio.  

Oltre l’audioguida: massimizzare le potenzialità delle nuove tecnologie   

Rispetto agli strumenti di interpretazione fino ad ora utilizzati nei musei (es. audioguide), gli smartphone e i tablet presentano caratteristiche tecniche tali da permettere esperienze di visita maggiormente articolate. Tre aree che sfruttano appieno le potenzialità delle nuove tecnologie e che sembrano particolarmente promettenti sono la geolocalizzazione, la computer vision e la realtà aumentata.  

La possibilità di conoscere la propria posizione non solo in spazi aperti ma anche all’interno di edifici complessi quali sono talvolta i musei consente di orientarsi in maniera più semplice e immediata, di ottimizzare i tempi di visita e di ridurre lo spostamento casuale fra i vari ambienti: sebbene il processo di geolocalizzazione, per essere efficace, abbia bisogno di connessioni wi-fi o 3G molto stabili e forti (condizioni non sempre facili da ottenere all’interno dei musei), un’iniziativa che merita attenzione è Indoor Google Maps, il progetto di navigazione interna avviato da Google in collaborazione con un numero sempre crescente di musei.  

Accedere ai contenuti attraverso la computer vision: la partnership fra Google Goggles e il J.Paul Getty Museum

Le potenzialità della computer vision sono sfruttate invece da Google Goggles: grazie alla funzione di riconoscimento digitale delle immagini, il visitatore può infatti inquadrare attraverso il proprio dispositivo mobile un oggetto esposto in un museo e accedere alle informazioni sull’opera d’arte elaborate dallo staff o disponibili sul web. Tale strumento sembra particolarmente promettente in quanto permette ai singoli visitatori di assecondare i propri interessi e le proprie curiosità, senza perdere l’immediatezza del contatto diretto con l’opera e avvalendosi di una gestualità (l’inquadratura/lo scatto della fotografia) ormai pienamente acquisita dagli utilizzatori di smartphone e tablet. Musei che hanno già sperimentato questo sistema sono ad esempio il Metropolitan Museum of Art di New York e il J.Paul Getty Museum di Los Angeles.  

La realtà aumentata consente infine di aggiungere innumerevoli livelli interpretativi, esperienziali e conoscitivi alla propria visita, e le possibilità offerte da smartphone e tablet in termini di visualizzazione delle immagini costituiranno indubbiamente una risorsa su cui puntare, come dimostra il successo di app che si avvalgono della realtà aumentata sviluppate ad esempio dal MoMA o dal Museum of London.  

Come sottolineato da Nancy Proctor, per far sì che nell’orizzonte temporale dei prossimi 5-7 anni queste tecnologie siano completamente ed efficacemente integrate nel sistema di comunicazione che gravita intorno al museo, occorre che esse vengano ampiamente sperimentate ora.  

Nonostante la situazione economica non favorevole di questi anni, sembrerebbe dunque che le risorse impiegate dai musei per la sperimentazione nel campo mobile non debbano essere considerate quale un mero costo che va ad aggravare il bilancio delle istituzioni culturali, quanto piuttosto come un investimento in termini di accessibilità e di rinnovamento delle modalità di fruizione, produzione e condivisione di contenuti culturali, volto a massimizzare la mission culturale e sociale dei musei.

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Viaggio delle Heures de Turin-Milan a Rotterdam per la mostra “The Road to Van Eyck”

Eccezionalmente, il prezioso manoscritto delle Très Belles Heures de Notre Dame de Jean de Berry (Heures de Turin-Milan), uno dei capolavori di Palazzo Madama, è uscito dal museo per partecipare ad un’importante mostra internazionale: “The Road to Van Eyck”, al Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam (13 Ottobre 2012-10 Febbraio 2013). La mostra, curata da Friso Lammertse (Rotterdam, Museum Boijmans Van Beuningen) e Stephan Kemperdick (Berlino, Gemäldegalerie), raggruppa dipinti, disegni e codici miniati realizzati nelle Fiandre dal 1390 al 1430. L’intento è duplice: approfondire il tema del gotico internazionale nei Paesi Bassi, per indagare le origini, le radici della pittura di Jan van Eyck; e presentare l’arco della produzione del grande maestro fiammingo, accostando per la prima volta opere di eccezionale importanza provenienti da musei di tutto il mondo.
Palazzo Madama ha accettato di prestare il manoscritto sia per il valore scientifico della mostra, sia perché l’ opera è in ottimo stato di conservazione.

Il 10 ottobre, dopo la compilazione del “condition report” – in cui si registrano minutamente le condizioni della legatura, della pergamena e delle miniature da presentare in mostra , il manoscritto è stato collocato in una speciale valigetta di alluminio foderata con materiali morbidi e contenente un foglio di ART SORB, precondizionato agli stessi valori di temperatura e umidità rilevati nella vetrina di Torre Tesori a Palazzo Madama dove il codice è di norma conservato. Per opere così preziose e di piccole dimensioni, è previsto un trasporto di tipo speciale: l’opera non viaggia da sola con gli operatori della ditta di trasporti specializzata in opere d’arte (appositamente incaricata), ma è accompagnata personalmente dal “courier” (solitamente un conservatore o il registrar del museo prestatore), che tiene sempre con sé la valigetta durante lo spostamento in aereo o in camion, talvolta con scorta armata.

Dopo un viaggio denso di tensione, verso le 9 di sera sono finalmente arrivata con il manoscritto al Museum Boijmans, dove ci attendeva il curatore degli “Old Masters” del museo, Friso Lammertse, un restauratore specializzato in codici, disegni e materiali cartacei e la squadra tecnica responsabile dell’allestimento dell’opera. Il manoscritto, estratto dalla valigetta, è stato posizionato su un tavolo per poter procedere alle operazioni di verifica dello stato di conservazione dopo il viaggio e alle prove di allestimento sul leggio in cartone non acido già preparato, ma da modulare e orientare al momento. Dopo circa due ore l’opera è stata infine posizionata in vetrina.

L’allestimento della mostra sembra ispirarsi ai principi dell’architettura funzionalista e razionalista così radicata a Rotterdam e in Olanda a partire dagli anni Trenta del Novecento. Lo spazio espositivo è organizzato lungo tre anelli concentrici , che racchiudono una saletta circolare – cuore dell’esposizione -, in cui sono presentati gli “early works “di Van Eyck, cioè i suoi lavori come miniatore: oltre alle Heures de Turin-Milan, anche due disegni inediti di recentissima attribuzione. Pareti e pavimenti sono tinteggiati di grigio scuro, senza alcuna grafica o immagine; dal soffitto, chiuso da un pannello in opaline dietro cui si celano le luci artificiali, spiove una luce diffusa molto intensa. Grandi intervalli di spazio tra un’opera e l’altra (anche di quattro o cinque metri), contribuiscono a creare un generale effetto di nitore e ordine. Dato che la mostra intende raccontare le fonti del linguaggio di Van Eyck e la cultura artistica nei Paesi Bassi e nelle regioni limitrofe intorno al 1370-1420, incentrandosi cioè sul periodo di formazione del grande pittore, l’allestimento ad anelli è stato pensato proprio per ricostruire le tappe cronologiche di questo percorso formativo.

Nell’anello più esterno sono riunite le opere più rappresentative del gotico internazionale in area fiamminga, non solo in pittura ma anche nel campo delle arti applicate: qui il capolavoro è il Cofanetto con Storie della Passione in cuoio sbalzato, dipinto e dorato della cattedrale di Lucca, acquistato a Bruges da un mercante lucchese verso il 1390.

Nell’anello mediano è presentata la produzione figurativa dei principali centri artistici nordici all’inizio del XV secolo (1400-1415): da una parte Parigi (con le opere attribuite a Jean Malouel) e Digione (con la Certosa di Champmol); dall’altra la pittura, la scultura e l’oreficeria nelle città di Germania e Paesi Bassi. Bisogna infatti tener conto della complessa geografia politica dell’Europa settentrionale nel Quattrocento: il ducato di Borgogna, con capitale Digione, abbracciava anche parte delle Fiandre; altre città nordiche facevano parte del regno di Francia (Arras, Tornai), oppure del Sacro Romano Impero (Liegi, Utrecht) e gravitavano culturalmente intorno a Colonia. Per questa ragione la mostra tenta di raccogliere le testimonianze figurative di tutti questi centri insieme, luoghi possibili di studio e apprendistato per i fratelli Hubert e Jan van Eyck.

Si arriva così all’anello più interno dell’esposizione, dove  si trovano i “Van Eyck’s Predecessors”, in tutto quattro o cinque opere, tra cui il celebre Norfolk Triptyck con l’Uomo dei Dolori e figure di santi (Liegi o Maastricht, 1415), opere che presentano spiccati caratteri pre-eyckiani, per quanto riguarda la rappresentazione delle figure nello spazio, i giochi illusionistici, le qualità narrative nel descrivere ambienti domestici, paesaggi naturali e ritratti. A fianco, nel secondo tratto dello stesso anello, sono presentati in stretta successione alcuni capolavori autografi di Jan van Eyck, tutti strepitosi: le Tre Marie al Sepolcro, appartenente alle collezioni dello stesso Boijmans e restaurato prima della mostra; la Crocifissione della Gemäldegalerie di Berlino, l’Annunciazione della National Gallery di Washington, la Santa Barbara di Anversa e il Ritratto di Baudouin de Lannoy di Berlino. Nella saletta centrale, le Heures de Turin-Milan e la produzione grafica dell’artista; e infine, in uscita (di nuovo nell’anello più esterno, ma dal lato opposto rispetto all’ingresso in mostra), una serie di copie di fine XV-inizio XVI secolo di opere perdute di van Eyck.
Bellissimi il “Medieval Laboratory”, con tavoli che illustrano i pigmenti in uso nel Medioevo e le tecniche di realizzazione dei polittici fiamminghi ; e il ristorante del museo, appositamente riallestito in occasione di questa mostra, con alte scaffalature ricche di ceramiche quattrocentesche provenienti dai depositi del Boijmans, accostate ad animali imbalsamati prestati dal Museo di Storia Naturale di Rotterdam, a evocare la selvaggina consumata abitualmente nelle mense fiamminghe del XV secolo.

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