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anteriore al 1951
legno, fibre vegetali
74/SM
Lunghezza: 75 cm, Larghezza: 14,3 cm
sette-ottocentesco
Pluriarco, archi
Struttura composta da otto canne dall’estremità a punta disposte parallelamente tra di loro inserite a un terzo della loro lunghezza in due montanti orizzontali e legate con fibre vegetali. Queste canne sono componenti fondamentali del pluriarco, uno strumento musicale a corda tipicamente africano composto da una cassa armonica di dimensione variabile e da corde collegate a degli archi in tensione.



Si presume che il bene in esame fosse situato sulla parte dorsale di una cassa armonica e che le corde dello strumento venissero collegate alle sue estremità. Entrambi questi elementi, tuttavia, sono mancanti.



Nel pluriarco il numero degli archi in tensione e delle rispettive corde ad essi collegati è variabile e va generalmente da un minimo di due fino a un massimo di otto (Bassani, pp. 22-23). Nella maggior parte dei casi, esso viene tenuto orizzontalmente con la base della cassa armonica contro il petto e suonato con entrambe le mani pizzicando le corde con le dita o con dei plettri. Modificando la curvatura degli archetti che tendono le corde è possibile accordare lo strumento.



L’esistenza del pluriarco è documentata in opere del XVII secolo come “Istorica descrizione de’ tre’ regni Congo Matamba et Angola” di Giovanni Antonio Cavazzi da Montecuccolo (1687) e “Breve e succinta relazione del viaggio nel regno del Congo Meridionale” di Giovanni Merolla da Sorrento (1692). I manoscritti del passato sembrano suggerire che il pluriarco fosse un attributo della regalità e che fosse presente anche nei cortei reali, ma negli scritti successivi questo aspetto non appare. Nelle epoche successive esso è stato utilizzato in molte occasioni ludiche e cerimoniali.



Si presume che il bene appartenga al corpus di 185 oggetti donati al Museo da Tiziano Veggia (1893-1957). Veggia lavorò come ingegnere nel Congo Belga per la Compagnie du Chemin de Fer Bas Congo-Katanga (1919-1936) e per l’Otraco (1936-1951), affiancando alla sua attività lavorativa la pratica del collezionismo. Nel maggio 1955 donò la sua collezione al Museo Civico di Torino. L’oggetto in esame, catalogato precedentemente come “pettine” è stato analizzato e inserito nella categoria degli strumenti musicali in data 30/11/2024. Si presume che la cassa di risonanza 1825/TOP sia uno dei pezzi mancanti (corrispondenza del numero di archi e i fori sulla cassa di risonanza; dimensioni combacianti).
Borgarello F., Gli strumenti musicali del Museo Civico di Numismatica Etnografia Arti Oruentali: schedatura e catalogazione, 2000, p. 119-121,
Meyer, L., Art and craft in Africa : everyday life, ritual, court art, 1995,
Faik-Nzuji Madiya, C., Tracing Memory: A Glossary of Graphic Signs and Symbols in African Art and Culture, 1996,
Bassani, E., Gli antichi strumenti musicali dell'Africa Nera : dalle antiche fonti cinquecentesche al Gabinetto armonico del padre Filippo Bonanni, 1978, informazioni sui pluriarchi pp. 22, 23,
Cornet, J., Art Royal Kuba, 1982, confronto con decorazioni Kuba pp. 157-179