7 Summit dell’Architettura dell’informazione: tangenze e suggestioni

Sabato 16 Novembre ho avuto l’opportunità formativa di partecipare al settimo convegno nazionale della Società Italiana di Architettura dell’Informazione, dal titolo evocativo “digitale è reale”.

Molti i temi trattati, dai BigData alla data visualization (dataviz), dalla user experience (UX) alle prospettive di sviluppo dell’ “autostrada digitale”.

Temi che, apparentemente, poco sembrano avere a che fare con i musei ma che, invece, hanno interessanti e molteplici tangenze con la nostra realtà. In serata, tornando a casa in treno, riflettevo che probabilmente i musei non si interrogano su questi temi dallo stesso punto di vista degli esperti del settore, ma raggiungono per altre vie i medesimi risultati. E questo, ipotizzavo,  accade perché i musei sono gestori e detentori di complessi e stratificati contenuti (dati) che necessitano di essere mediati.

Oggi mediare significa usare i nuovi strumenti digitali, e dunque, arrivare al medesimo approdo: digitale è reale.

““Offline” no longer exists. Only the limits of the pre-digital ontology include a disconnection condition.”

@CosimoAccoto

Nell’attesa che sul sito di Architecta vengano pubblicati gli speech della giornata, condivido qualche suggestione, le osservazioni su alcune delle cose che più mi hanno colpita e sulle quali credo sia necessario approfondire, studiare e formarsi, in quanto linee di tendenza che ci riguardano da vicino.

ATAWAD

AnyTime,  AnyWhere, AnyDevice

L’acronimo indica la tendenza secondo la quale le persone vogliono poter sempre accedere ai loro contenuti (quindi, AnyContent) di interesse in qualsiasi momento, luogo e modalità. Generalmente di interesse più legato al marketing televisivo, credo sia invece una linea di sviluppo interessante anche per i musei. Basti pensare al recente progetto RijksStudio del Rijksmuseum, che ha messo a disposizione tutte le proprie immagini ad alta definizione perché vengano mescolate, customizzate, reinventate, declinate dagli utenti. Forse possiamo immagine un futuro, non lontano da quel che sta facendo il Google Art Project, in cui i contenuti dei musei vengono fruiti dovunque, su qualunque device, in qualunque momento l’utente desideri. E, se proprio vogliamo sognare, perché non pensare che un domani potremo spedire l’immagine del nostro quadro preferito dall’altra parte della terra, a uno sconosciuto, per un puro gesto di gentilezza? Lo fa già la Coca-Cola, come ci ha raccontato Maurizio Sala:

SECOND SCREEN

Il termine indica l’abitudine, ormai consolidata, di stare davanti alla tv guardando, contemporaneamente, un secondo device: tablet, smartphone, notebook. Colleghi dei musei, vi ricorda qualcosa?

Per il mondo del marketing questa tendenza segnala che è necessario ripensare all’advertising tenendo conto di questa abitudine. E, credo, lo stesso vale per i musei. Come ci ha spiegato Cosimo Accoto, non esiste più una dimensione “disconnessa”, e dovremo adeguarci, per procedere nel futuro.

BIG DATA

Big data è il termine per descrivere una raccolta di dataset così grande e complessa da richiede strumenti differenti da quelli tradizionali, in tutte le fasi del processo: dall’acquisizione, alla curation, passando per condivisione, analisi e visualizzazione. (da wikipedia). In particolare al Summit (il cui hashtag, se volte rileggerere tutti i tweet, era #7SummitIA) Giuseppe Attardi, dell’Università di Pisa, ci ha illustrato le possibilità che si aprono con le analisi sul linguaggio:

  • individuazione di entità
  • estrazione di concetti
  • estrazione di eventi
  • analisi dei sentimenti
  • classificazione
  • intenzione di acquisto
  • raccomandazione
  • supporto al cliente (CRM)
  • individuazione di interessi
  • ricerca semantica

Tutti questi temi di studio (si tratta di sperimentazioni ancora in corso sull’analisi linguistica, che incontra limiti ancora da superare, quali l’apprendimento del linguaggio naturale e il riconoscimento, ad esempio, di sarcasmo o ironia) saranno sicuramente da implementare nei set di analisi che i musei compiono sui propri visitatori, in particolare sull’utenza online.

LIFE HACKING
Da Wikipedia EN: Any productivity trick, shortcut, skill, or novelty method to increase productivity and efficiency, in all walks of life; anything that solves an everyday problem of a person in a clever or non-obvious way

Una delle frontiere più affascinati, a tratti inquietante, e necessaria di approfondimento, secondo il mio punto di vista. Il life hacking, come il quantified self , portano l’interazione tra uomo e macchina, tra digitale e reale, ai limiti delle frontiere che solo gli autori più visionari della letteratura cyberpunk avevano in passato immaginario. Ancora Cosimo Accoto ci ha mostrato il progetto di un’artista statunitense che, partendo dai  residui di DNA che ogni giorno buttiamo via con cicche di sigarette, capelli, fazzoletti sporchi…ha progettato e realizzato questa mostra:

Dewey – Hagborg, Strange Visions

Dove porteranno questi processi, e cosa significano per i musei? Personalmente mi piacerebbe avere in museo l’istallazione della Dewey_Hagborg, ma a parte il mio personale gusto, discutibile, credo che anche in questo campo, apparentemente lontanissimo dal mondo dei musei, ci siano elementi interessanti da tenere d’occhio. Anche solo, semplicemente, sapere che ci sono nuovi strumenti di monitoraggio del corpo umano. Uniti alle tradizionali tecniche dei visitor studies, dalle indagini osservati al tracking via RFID, e combinate con la neuroestetica, essi potrebbero aiutarci a comprendere ancor meglio le emozioni che proviamo di fronte ad un’opera d’arte, anche un po’ inquietante, come questa.

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Crowdfunding and more: a summary

Last January we launched the first Italian crowdfunding campaign to acquire a work of art, a 42-piece Meissen porcelain service dating from around 1730, which once belonged to the Taparelli d’Azeglio family of Turin.

The service was going to be sold at a Bonhams auction in London for the price of £66,000 (around €80,000). In two months, from 1 February to 31 March, the museum raised €96,203.90 from 1591 contributors. This success can be ascribed to three main factors.

1. Quality of the work (identity and aesthetic values)

The d’Azeglio service (about 1730) is a splendid example of early Meissen porcelain.
It bears the crest of Taparelli d’Azeglio, a family that played a leading role in modern Italian history and whose last descendant, Marquis Emanuele (1806-1890), was the director and patron of the Museo Civico di Torino. The service was donated to an ancestor of the d’Azeglio family, in Dresden, by Augustus II the Strong and kept in Turin until 1903, when it was sold after being inherited by a cousin.

The search started out from a cup for hot chocolate painted by Massimo d’Azeglio, Emanuele’s uncle, in 1843. The story of the dispersal and then of the rediscovery contained some exciting aspects, and this engaged and intrigued the public, who were called upon to play the part of real “actors” in ensuring a happy ending for both the museum and the city.

2. Quality in designing the process (human and relational values, reliability)

Teamwork and the collective commitment of all the museum staff was another important

element. In December 2012 the main stakeholders were contacted, in order to gather ideas and gain consensus and support. After the initiative was launched, all members of staff personally contacted their colleagues, friends, associations and local communities (schools, families, people taking part in the activities of the museum …) with e-mails, phone calls, meetings, lectures and interviews. Every Monday the state of progress was examined, in terms of the number of donations, the amounts raised, and the effects of the social media communication campaign.

The graph shows the impact od the social media activity on the grow of number of donations

Mondays were also the days when the list of donors was updated, donations from collection boxes in the museum were counted, bank payments effectively made by donors were checked, and the counter on the website was updated. Progress was monitored constantly so that further actions could be planned, staff motivated and, most importantly, so that the partial results could be communicated in a transparent and efficient manner, keeping the emotional temperature high.

3. Quality of the participatory approach adopted by the museum (community and social values)

Happy museum!

We were aware that this project would be full of uncertainties and risks, but we also knew we could count on the considerable work of community building carried out since 2009: forms of communication, accessibility, and a focus on visitors’ real needs; the analysis and application of visitor studies; the “listening museum” experience of 2011, with the reconstruction of Italy’s first Senate chamber; the inclusion of the institution in a local and international network; the desire to create a strong brand identity and, lastly, the huge work carried out through the web community. All this paved the way for the success of the fundraising drive, generating a “warm fuzzy” feeling and the emotional connection that people sense when something touches their hearts and drives them to action.

* This is a summary of the paper that will be published in December 2013 in “Palazzo Madama. Studi e Notizie”, the museum annual journal.

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L’esperienza di stage di Andrea

«Sto aprendo le casse della mia biblioteca. Già. Dunque non è ancora disposta sugli scaffali, ancora non ravvolge la lieve noia dell’ordine. Né io posso incedere lungo le sue file schierate, per passarle in rivista al cospetto di un benevolo uditorio. Lorsignori non hanno a temere tutto questo. Devo pregarli di seguirmi nel disordine delle casse aperte, nell’aria satura di polvere di legno, sul pavimento coperto di brandelli di carta, tra le pile di volumi appena riportati alla luce dopo due anni di tenebra, per poter in qualche misura condividere fin dall’origine lo stato d’animo, niente affatto elegiaco, teso e ansioso piuttosto, che essi suscitano in un autentico collezionista. Poiché tale è colui che a lorsignori parla – tutto sommato non parlando d’altro che di sé stesso. Non sarebbe forse da presuntuosi enumerare qui, ostentando un’apparente obiettività e spassionatezza, gli esemplari o le sezioni più importanti di una biblioteca, o esporre la storia del suo formarsi, o addirittura la sua utilità per lo scrittore?»

Walter Benjamin, Aprendo le casse della mia biblioteca

Le parole del filosofo e critico letterario Walter Benjamin descrivono in maniera originale l’emozione del collezionare: tutti noi l’abbiamo provata almeno una volta nella nostra vita e non importa se raccoglievamo modellini di automobili, antichi dipinti o, come in questo caso, semplicemente libri. Per fortuna le «casse» del nostro passato non sono irrimediabilmente sigillate, le conserviamo in cantina e possiamo riaprirle quando vogliamo. Era gennaio quando il Professore mi propose il tirocinio qui, a Palazzo Madama: si stava preparando la mostra, che avrebbe inaugurato a giugno, sul collezionista d’arte russo (ma parigino d’adozione) Alexander Petrovich Basilewsky (1829-1899) e sarebbero giunti a Torino ottantacinque oggetti della sua collezione, oggi di proprietà dell’Ermitage di San Pietroburgo.

Studio storia dell’arte all’Università di Torino e mi laureerò in Storia della Miniatura. Nel periodo trascorso al Museo ho assistito Simonetta Castronovo e Cristina Maritano, conservatori per arti decorative, codici miniati e lapidario medievale, che hanno coordinato i lavori della mostra. I loro preziosi insegnamenti e la ricerca in biblioteca, al fine di acquisire conoscenze sugli oggetti che sarebbero giunti a Torino, si sono rivelati estremamente formativi e mi hanno permesso di seguire da vicino la preparazione del catalogo dell’esposizione. In un secondo momento ho lavorato alla promozione della mostra sui social media, seguito da Carlotta Margarone, responsabile dei servizi di documentazione, comunicazione e web: ho così compilato un breve glossario con  termini tecnici dell’arredo liturgico e alcune tecniche dell’arte medievale e ho raccolto immagini utili a ricostruire il contesto in cui visse Basilewsky e l’entità della dispersione della sua collezione (solo parte degli oggetti che acquisì appartengono oggi all’Ermitage).

La mostra descrive in modo completo la figura del collezionista e ne evidenzia gli aspetti di maggiore originalità, come l’interesse per l’arte paleocristiana e bizantina ben prima che gli studiosi della scuola di Vienna rivalutassero i cosiddetti “secoli bui”. Non stupisce che l’unico testo che, oltre al catalogo della collezione pubblicato nel 1874, reca la sua firma, riguardi proprio quei periodi: è un articolo su un piatto d’argento a soggetto sacro, oggi all’Ermitage (settore dedicato all’arte orientale), pubblicato nel 1875 sulla Gazette des Beaux-Arts. Raffigurante una coppia di angeli ai lati della Croce, simbolo di Cristo, rinvenuto in Siberia ed entrato in collezione Stroganoff tra gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento, il piatto venne acquistato dal museo di San Pietroburgo nel 1911. Riconoscendone l’origine a Bisanzio, Basilewsky ne argomenta la datazione con grande passione e numerosi confronti e, come più tardi Charles de Linas, ne esclude una datazione tarda, all’ottavo secolo: gli studi novecenteschi (ai quali mi ha gentilmente introdotto Lidia Fiore, che studia un argento della collezione Gualino) confermano queste ipotesi e, anche grazie a nuovi ritrovamenti, forniscono confronti in Terra Santa. La riflessione di Basilewsky è invece tutta occidentale e dimostra una volta ancora l’ottima conoscenza del patrimonio artistico italiano. Lavorare alla realizzazione della mostra ha rappresentato l’occasione per conoscere problemi e opportunità della tutela del nostro patrimonio culturale, ha confermato l’importanza della formazione pratica e il valore sociale della professione dello storico dell’arte. Per questa possibilità ringrazio tutto lo staff del museo e in particolare Simonetta, Cristina e Carlotta. Il collezionista di Meraviglie. L’Ermitage di Basilewsky determina un progresso della conoscenza, dialoga vivacemente con le collezioni permanenti e con la storia del Museo Civico e, non meno importante, consolida i rapporti con il museo di San Pietroburgo.

Insomma, un motivo in più per venire al Museo!

Andrea Cravero

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L’esperienza di stage di Francesca

Dall’8 al 19 luglio ho svolto il mio stage estivo  a Palazzo Madama, grazie al Liceo socio psicopedagogico  “N. Rosa” di Susa che ha accolto e soddisfatto la mia richiesta di svolgere l’ esperienza formativa estiva in un museo. Questo stage è infatti un attività d’ orientamento e perciò mi è sembrato utile richiedere di poterla svolgere all’ interno di un ambito lavorativo come quello museale, in cui mi piacerebbe cimentarmi in futuro. Durante queste due settimane sono stata affiancata da Anna La Ferla, Responsabile dei Servizi Educativi della Fondazione Torino Musei che mi ha proposto di creare un progetto educativo

Prima di realizzarlo però, ho svolto una fase di conoscenza fisica del museo, dei vari tipi di linguaggi che usa  e del tipo di pubblico a cui si rivolge. Questo primo momento è stato molto utile poiché mi ha permesso di individuare un tema per il progetto, il linguaggio adeguato e soprattutto il tipo di pubblico a cui rivolgerlo. Inizialmente infatti, ero molto più orientata su un progetto da proporre ad una scuola ma poi, seguendo una guida in un’attività con dei bambini di un centro estivo, ho ritenuto che questo tipo di pubblico potesse essere più adatto anche perché, svolgendo un servizio parrocchiale, sono solita venire a contatto con questo tipo di bambini e  creare giochi e attività per loro. La seconda fase quindi è stata di progettazione delle attività da proporre ad un centro estivo in visita al Palazzo. Il progetto incentra la sua attenzione sulle modifiche strutturali subite dal Palazzo nelle varie epoche, che l’ hanno reso così come si presenta oggi, attraverso giochi e riflessioni che permetteranno ai bambini  di rivivere, con un tuffo nel passato,  tutti i cambiamenti del Palazzo. Per rendere più completo il progetto, Anna mi ha consigliato di pensare ed inserire anche un’ attività da far svolgere ai bambini durante il centro estivo, prima della visita, per suscitare in loro un po’ di curiosità e un’ altra da far svolgere loro  dopo, per verificare la buona riuscita della visita.

Questo stage mi ha permesso di scoprire che il museo offre altre attività, lontane dalla mera visita guidata, che ritengo siano in alcuni casi molto più formative e di potermi confrontare meglio con il mondo del lavoro, comprendendo forse che questo ambito lavorativo non sia quello più adatto a me. Ringrazio lo staff  che è stato sempre molto disponibile, Anna che mi ha seguito in quest’ esperienza e il Liceo socio psicopedagogico N. Rosa di Susa che mi ha offerto quest’ opportunità.

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Werner Abegg

Lunedì 29 luglio 2013 Palazzo Madama ha ricevuto la visita di Anna Jolly, conservatrice della Abegg-Stiftung, che sta svolgendo a Torino alcune ricerche su Werner Abegg, patrocinatore della Fondazione omonima con sede a Riggisberg in Svizzera insieme alla moglie, la storica dell’arte americana Margaret (http://www.abegg-stiftung.ch/e/abegg.html).

Werner Abegg (1903-1984) ha vissuto a lungo in Piemonte dove iniziò negli anni Venti il suo apprendistato presso il Cotonificio Valle di Susa, azienda di famiglia di cui divenne presidente nel 1924 alla morte dello zio August Abegg e di cui resse le sorti fino alla vendita nel 1960 e al suo definitivo trasferimento in Svizzera.

Proprio a Torino Werner Abegg si formò come collezionista di arte antica, dedicando una particolare attenzione alle arti decorative (avori, smalti, mobili, oggetti in metallo) e ai tessuti che costituiscono ancora oggi il nucleo e l’oggetto principale della missione di tutela e valorizzazione della Fondazione, con una biblioteca e un centro di restauro specializzato.

Werner Abegg è stato inoltre uno dei più importanti sostenitori del Museo Civico di Torino tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento, grazie a un fecondo rapporto di collaborazione e di stima con il direttore Vittorio Viale: dal 1930 al 1960 Abegg ha donato al museo diverse opere (mobili, dipinti, ceramiche), ha contribuito alla nascita dell’Associazione Amici del Museo nel 1947 ed è sempre stato discretamente al fianco del museo, fornendo consiglio e aiuto e cimentandosi nel difficile ruolo di mediatore, come nel caso della trattativa per l’acquisto del dipinto di Macrino d’Alba, in cui si offrì di anticipare a nome del museo la somma di denaro richiesta.

Anche verso Torino i signori Abegg serbarono grande affetto: nel 1983, poco prima della morte di Werner, donarono infatti alla città la villa in collina, la “vigna di Madama Reale” che era stata acquistata nel 1927 e che, dopo aver lasciato l’Italia, rimase per entrambi – come ricorda chi li conobbe  personalmente – un luogo dell’anima.

Moltissimi sono quindi i punti di contatto tra Palazzo Madama e la Fondazione Abegg. Entrambe le istituzioni condividono inoltre le stesse difficoltà nel ricostruire non solo la personalità dei signori Abegg, noti per la grande riservatezza, ma anche la storia della loro collezione, dei loro rapporti con antiquari, musei e collezionisti.

Nel 2010 Palazzo Madama ha condotto una prima  ricognizione negli archivi dei Musei Civici, della Soprintendenza e della stampa locale che ha permesso di ricostruire il ruolo di Abegg, lo stato delle sue collezioni nel periodo torinese tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, i contatti con antiquari, conoscitori e storici dell’arte (tra cui Lionello Venturi, prossimo a lasciare l’Italia).

Questo lavoro, confluito nell’articolo Werner Abegg collezionista e ‘Primo amico’ del Museo Civico di Torino (2011), consente oggi ai ricercatori della Fondazione Abegg di recuperare informazioni di cui rimangono tracce negli archivi italiani: esemplari in questo senso i permessi di importazione temporanea di opere in Italia, conservati nell’archivio della Soprintendenza, che fissano le date di ingresso e di acquisizione di alcuni pezzi della collezione Abegg, i nomi degli antiquari a cui si affidava Abegg, e lo stato di conservazione delle opere prima dei restauri ricostruibile attraverso le fotografie in bianco e nero allegate alla pratica.

Nel futuro sarebbe interessante approfondire la figura della signora Margaret Abegg (nata Harrington Daniels), che prima del matrimonio nel 1941 collaborò con il Metropolitan Museum di New York pubblicando alcuni studi di storia dell’arte.

Da questo primo incontro potrebbero quindi nascere collaborazioni interessanti tra le due istituzioni. Una collaborazione di cui Margaret e Werner Abegg, nell’ombra, sarebbero felici.

http://torino.repubblica.it/cronaca/2013/06/14/foto/villa_abegg-61105742/1/#2

A. La Ferla, Werner Abegg collezionista e ‘Primo amico’ del Museo Civico di Torino, in “Svizzeri a Torino”, Società Editrice Ticino Management SA, Lugano 2011, pp. 696-705.

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Palazzo Madama Guest: l’esperienza di stage di Filippo

17 giugno – 28 giugno 2013

Lunedì 17 giugno, il primo delle vacanze estive, è iniziato il mio percorso di stage formativo presso Palazzo Madama a Torino. La scuola da cui provengo, il liceo classico Cavour, si accorda infatti ogni anno con enti presso cui seguire tirocini e avere i primi contatti con realtà lavorative diverse da quelle puramente scolastiche. Una volta arrivato al museo ho incontrato le mie referenti che sono state Anna La Ferla, responsabile dei servizi educativi, e Carlotta Margarone, che gestisce la parte dei social media del museo. Proprio in quest’ultimo ambito avrei dovuto muovermi durante le due settimane di stage: il lavoro propostomi è stato proprio quello di selezionare un tema, legato ovviamente al museo, che avrei poi dovuto sviluppare e raccontare tramite i social networks quali Twitter, Facebook, Pinterest e Instagram. Lo scopo era quello di imparare a utilizzare lo strumento comunemente diffuso del social in modo consapevole e funzionale alle necessità del museo e rendere anche ragazzi giovani come me partecipi del retroscena di un museo che fino a questo punto non sapevo essere così vivo. Ho invece piacevolmente scoperto che numerose persone si occupano dei molti dettagli tecnici e comunicativi che solitamente da un comune visitatore non vengono notati e ho visto anche che Palazzo Madama nello specifico è molto attivo nel coinvolgere tanti pubblici diversi nelle proprie iniziative. Ad accrescere ancor di più il grande interesse che sin da subito ho nutrito per questa iniziativa propostami è il fatto che il percorso di studi che ormai da quattro anni a questa parte seguo al Liceo Cavour è legato alla comunicazione e alle tecniche che essa sfrutta. Pertanto avere l’occasione di concretizzare in qualche modo aspetti soltanto teorici che ho appreso in passato è stato decisamente utile soprattutto per capire come funzioni il complesso intreccio delle piattaforme social, i suoi trucchi e il linguaggio adatto a catturare l’attenzione di coloro con cui si ha a che fare, sfruttando con intelligenza i mezzi a disposizione.
La prima settimana dello stage, dal 17 giugno fino al 21, prevedeva una parte programmatica del lavoro che sarebbe poi stato messo in pratica la settimana successiva, dal 24 giugno fino al 28. Ho dunque iniziato con l’orientarmi per le sale e i piani del palazzo che a primo impatto ho trovato disorientanti, dopodiché ho cercato spunto per l’argomento di cui avrei parlato. Visitando il primo piano, la parte barocca del museo, ho notato che erano largamente presenti specchi e specchiere e nella mia mente ho ricollegato quei dettagli decorativi con un aspetto della cultura barocca che prestava molta attenzione ai riflessi, i giochi di specchi e alle prospettive, tema che avevo già affrontato con interesse durante l’anno scolastico. Ho dunque deciso che il tema dei riflessi sarebbe stato il fulcro del lavoro delle due settimane che mi attendevano; ho iniziato a dare forma alla mia idea, prima documentandomi tramite libri e siti web, e poi girando più volte per le sale del museo alla ricerca di informazioni, il tutto supervisionato dallo staff del museo che si è mostrato disponibile ad accogliere le mie proposte.
Uno dei punti su cui ho maggiormente lavorato è legato all’uso delle immagini che da un lato meglio esprimono il tema dei riflessi rendendoli visibili, e dall’altro hanno un maggior impatto in chi visualizzi i post integrati e spiegati tramite delle fotografie. Nello specifico quelle utilizzate per il mio progetto sono state scattate grazie all’aiuto di un amico che ha avuto il permesso di seguirmi per una mattinata e fare gli scatti utili poi all’attività dello stage.
Il primo passo per la messa in pratica vera e propria del progetto, a cui ho dato il titolo di “Riflessi di Madama Reale”, è stata la creazione di un account su Twitter utile a postare le informazioni sui riflessi del barocco correlate da immagini, notizie, curiosità e anche collegamenti esterni quindi non puramente legati unicamente a Palazzo Madama. Il profilo @pmadama_guest nel giro di poco tempo ha fortunatamente avuto molto successo, guadagnando circa novanta followers in pochi giorni e anche le informazioni raccontate sono state positivamente accolte dagli utenti del social che avevano iniziato a seguirmi. Twitter però è stato soltanto il primo passo del lavoro che è proseguito anche su altre piattaforme tra cui Pinterest, un social di immagini alle quali è possibile allegare una descrizione e un link che rimandi a un sito pertinente con ciò che viene mostrato. Le immagini sono state quindi raccolte in un album fotografico intitolato sempre “Riflessi di Madama Reale” e condivise tramite l’account ufficiale di Palazzo Madama. Anche su Facebook una parte delle foto scattate durante lo stage sono servite a creare un album che mostrasse il lavoro svolto e raccontasse alcune delle informazioni raccolte e che sono state tuttavia approfondite soprattutto sul primo dei social di cui ho parlato: Twitter.
Infine, per fare in modo che si comprendesse che Palazzo Madama aveva iniziato una collaborazione con un “ospite” che però faceva sempre parte delle attività del museo, i post su Twitter venivano di volta in volta ritwittati dal profilo ufficiale del museo così che ci fosse un incrocio di notizie: da una parte quelle legate all’attività istituzionale e di comunicazione della vita del museo, dall’altra quelle temporanee che ero io a scrivere.
Al termine delle due settimane ho infine raccontato con una breve presentazione il mio lavoro allo staff del museo che con grande piacere da parte mia si è rivelato soddisfatto.
Ritengo infine che sia molto importante condividere e raccontare l’esperienza che ho avuto la fortuna di vivere: è stato per me davvero significativo e piacevole venire a contatto con una realtà lavorativa prestigiosa e in cui ho trovato tanta disponibilità e simpatia. Ci tengo in particolar modo a ringraziare Carlotta Margarone, Anna La Ferla e Francesco Brucoli che hanno permesso che seguissi questo breve ma intenso stage a Palazzo Madama.
Per visualizzare il percorso di “Riflessi di Madama Reale” qui di seguito i link dei vari collegamenti ai social:
Twitter
Pinterest
Facebook

Tutti i social su cui è presente Palazzo Madama sono raggiungibili dall’homepage www.palazzomadamatorino.it

Filippo Buccheri

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L’esperienza di stage di Emanuele

L’11 febbraio 2013 ho iniziato la mia esperienza formativa presso Palazzo Madama, terminata ad inizio aprile. In questa esperienza ho affiancato Carlotta Margarone, responsabile dei servizi di documentazione e comunicazione e del sito internet del museo, nella campagna di comunicazione e promozione dell’iniziativa di crowdfunding “Acquista con noi un pezzo di storia”, la prima in Italia di carattere museale, finalizzata all’acquisto di un servizio da tè, caffè e cioccolata in porcellana di Meissen appartenuto alla famiglia d’Azeglio.
Si trattava di portare a termine una vera e propria sfida, in un ambito ancora poco battuto e conosciuto in Italia, quello del crowdfunding e della raccolta fondi online.
Il principale insegnamento che ho appreso da Carlotta in questi due mesi è stato quello della pianificazione di una campagna di comunicazione mirata al raggiungimento di un obiettivo attraverso i nuovi strumenti e le nuove possibilità offerte dal web 2.0.
Stiamo parlando di un museo aperto al dialogo, dinamico ed attento alle esigenze ed alle necessità dei propri visitatori ed alle proposte da essi generate attraverso i social network.
L’iniziativa ha avuto buon esito, anche grazie ad un’attenta e puntuale pianificazione delle attività informative, comunicative e promozionali messe in atto dallo staff del museo.
Personalmente, sono intervenuto nell’attività quotidiana di comunicazione dell’iniziativa attraverso l’utilizzo di social network quali Facebook, Twitter, Pinterest, Instagram e Storify.
Attraverso questi strumenti ho ritenuto molto efficace per i fini dell’iniziativa il dialogo che si è venuto a creare con gli utenti ed in particolar modo la condivisione con essi degli sviluppi quotidiani della campagna attraverso opinioni, idee, fotografie e video.
Parallelamente all’attività giornaliera di aggiornamento delle pagine social del museo, ho sviluppato un database attraverso il quale ho monitorato costantemente, per tutto il periodo di raccolta fondi, lo sviluppo del numero delle donazioni (in particolar modo quelle effettuate online) confrontandolo ai “flussi” creati dai social network, nello specifico dalla pagina del museo su Facebook e dal profilo dello stesso su Twitter.
Dal report finale sono emersi dati molto interessanti: il flusso di informazioni condivise sui social network ha portato ad un incremento del numero delle donazioni.


In conclusione, ritengo che questa esperienza formativa sia stata estremamente positiva: se da un lato sono venuto a conoscenza dei meccanismi di gestione di un museo e di programmazione dell’attività museale, dall’altro ho avuto la possibilità di imparare ad utilizzare i nuovi strumenti messi a disposizione dal web 2.0 a livello professionale e di scoprirne le incredibili potenzialità per il settore artistico e culturale.

Emanuele Bussolino

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Crowdfunding per il servizio d’Azeglio: appunti sulla strategia per le reti sociali

Il 31 gennaio 2013 Palazzo Madama ha lanciato la prima campagna di crowdfunding italiana per l’acquisto di un’opera d’arte, sul modello dei tanti esempi che negli anni precedenti si erano conclusi con successo in Europa. Oggetto della campagna di raccolta fondi, l’importante servizio in porcellana di Meissen appartenuto alla famiglia Taparelli d’Azeglio in vendita a Londra alla cifra di 66mila sterline, da raccogliere in due mesi, entro il 31 marzo.

La scelta della direzione del museo e dell’ufficio marketing , in accordo con  la Consulta per la Valorizzazione per i Beni Artistici e Culturali di Torino, partner strategico dell’iniziativa, è stata di limitare al minimo gli investimenti in comunicazione tradizionale (cartaceo, quotidiani e riviste, stampati), e di puntare invece sul sostegno della campagna sulle reti sociali, sulle quali il museo è molto attivo.

Per costruire la strategia di promozione, che doveva essere molto concentrata e allo stesso tempo declinata su molte diverse piattaforme, e, soprattutto, generare traffico sul sito http://www.palazzomadamatorino.it/crowdfunding/ è stato utilizzato uno strumento di lavoro messo a punto da Jim Richardson e Jasper Visser: il Digital Engagement Framework Workbook. Sulla base generale del workbook, insieme a Cristina Maritano abbiamo risposto a 4 domande propedeutiche alla declinazione strategica dei contenuti sui social:

Worksheet

Il worksheet per la pianificazione della strategia web

  1. Cosa rende unica questa iniziativa?
  2. Quali valori promuove?
  3. Quali valori ha in comune con la mission del museo?
  4. Qual è il target?

I contenuti, definiti grazie alle giuste domande (sono state sufficienti due sessioni di lavoro), sono in seguito stati declinati sulla peculiarità delle specifiche piattaforme social e inseriti in un calendario programmato puntualmente giorno per giorno e coordinato con il resto della comunicazione web del museo.

Rispetto ad  iniziative lanciate in passato sul web, la campagna di crowdfunding ha sicuramente tratto vantaggio dalla programmazione coordinata e dalla definizione dei contenuti concordati con il curatore. Proprio l’utilizzo di una formula schematica di ragionamento ha permesso una collaborazione efficace tra l’anima “scientifica” e storico artistica, e quella più legata alla mediazione dei contenuti e alla promozione e comunicazione. Fino a questa esperienza sembrava, infatti, che l’annoso problema di conciliare le due anime del museo, coinvolgendo lo staff curatoriale nelle attività social, fosse destinato sempre a scontrarsi con due difficoltà: la scarsa conoscenza dei colleghi che si occupano di curatela con le reti sociali; la difficoltà dello staff di mediazione nell’assimilare velocemente tutti i contenuti in maniera completa e accurata.
Questo metodo di lavoro, già diventato prassi in museo, permette a chi si occupa della comunicazione di individuare velocemente i concetti chiave da approfondire, con il vantaggio di avere un confronto di idee proficuo con i colleghi non direttamente coinvolti nell’uso dei social; ai curatori permette invece di comprendere i meccanismi delle strategie sulle reti sociali, le motivazioni che stanno dietro al loro uso, senza dover effettivamente entrare nei dettagli che regolano il funzionamento delle piattaforme.
Il risultato più interessante, esemplificato nelle slide finali della presentazione, è essere riusciti a raccontare la storia del servizio d’Azeglio  con strumenti di storytelling e argomenti non strettamente storico artistici, ma evocativi di emozioni e, soprattutto, rispondenti agli interessi dei target specifici delle singole piattaforme online.  L’esempio più calzante è forse Pinterest, sul quale sono state create board con immagini accattivanti e legate alle passioni dei foodies , in modo però consapevole e non soltanto accessorio alla promozione dell’iniziativa. Il giusto compromesso tra necessità promozionale e coinvolgimento effettivo dei pubblici. Grazie alla presenza di Emanuele Bussolino, che ha svolto in museo il suo stage formativo, è stato possibile analizzare l’impatto dell’attività sui social durante lo svolgimento della campagna. Il suo lavoro di assistenza sulla gestione delle piattaforme e di analisi verrà raccontato nel prossimo post.

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La musica intorno al museo – il nuovo account Spotify

In questi ultimi anni la fruizione della musica ha subito una rivoluzione epocale. L’avvento degli mp3 prima e della condivisione poi hanno radicalmente mutato il rapporto delle persone con la musica. Oggi, un utente mediamente abile con i supporti digitali e devices ha una libreria musicale sul proprio computer e compone playlist specifiche da caricare sui dispositivi portatili. La possibilità di portare con sé le proprie playlist anche sugli smartphone comporta che spesso l’ascolto avvenga con gli auricolari e in diversi momenti della giornata: mentre si cammina, si fa sport, si fa la spesa o si legge un libro. Se vogliamo è un ascolto più intimo, ma anche più consapevole e attivo (rispetto ad esempio alla radio) e che richiede una precisa scelta da parte dell’utente su quale tipo di musica si vuole ascoltare in quel preciso momento della sua vita.

Immagine dal blog Everyday listening http://www.everydaylistening.com/articles/2010/5/10/sound-and-music-in-museums.html

Di fatto, tutti noi siamo diventati creatori di colonne sonore che caratterizzano i vari momenti della nostra quotidianità. Ci organizziamo la playlist per fare sport, quella per rilassarci, quella per viaggiare in auto, e spesso ne abbiamo alcune da ascoltare a seconda dell’umore (triste, allegra, romantica, riflessiva, ecc.).

Si inserisce in questa evoluzione l’avvento di Spotify, l’applicazione che consente di accedere ad una sconfinata libreria musicale (liberandoci dunque persino dalla capacità di memoria del nostro hard disk) e che permette di creare le proprie playlist e condividerle con altri utenti e, soprattutto,  sulle principali piattaforme delle reti sociali.

Anche in museo non è raro incontrare visitatori che si aggirano per le sale con player e auricolari, e spesso ci si chiede: chissà che musica sta ascoltando? Chissà qual è la colonna sonora che sta commentando la contemplazione di quell’ opera d’arte?

Per questo che abbiamo pensato di aprire un profilo di Palazzo Madama su Spotify e chiedere a tutti di condividere con il museo le proprie playlist, in modo tale che nel corso del tempo si venga a creare una complessa e variegata colonna sonora del museo, fatta da chi il museo lo fruisce. I più pigri o i meno avvezzi alla creazione di playlist, poi, potranno persino scegliere di utilizzare nella loro visita quelle create da altri.

Sarà divertente, ad esempio, capire qual è il musicista o il brano più “gettonato”, quale genere musicale si associa maggiormente alla visita al museo e così via. E chissà, magari un domani si potrà creare un contest per individuare la playlist del mese e diffonderla all’interno del museo.

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L’esperienza di stage di Anisa

Il 18 dicembre del 2012 ho iniziato il tirocinio formativo della Laurea Magistrale in Storia dell’Arte presso il Museo di Arte Antica – Palazzo Madama – in occasione della mostra Tesori del patrimonio culturale albanese. La mostra si è spostata a Torino, dopo essere stata inaugurata a Roma nel mese della celebrazione del centenario dell’Indipendenza albanese. Il mio coinvolgimento in quest’attività è stato possibile grazie alla collaborazione tra l’ente museale e l’Università degli Studi di Torino.

Questa opportunità mi ha permesso di avere un’esperienza pratica e diretta dei concetti teorici appresi durante le ricerche fatte per la mia tesi triennale. Il mio lavoro di tesi riguardava, infatti, la storia dei musei in Albania dopo la seconda guerra mondiale e nei primi capitoli descrivevo la scoperta e la conservazione di parte delle collezioni inviate in questa mostra.

La mia partecipazione nella preparazione di questo evento inizia nelle fasi di organizzazione e allestimento delle collezioni, ospitate nella Sala del Senato di Palazzo Madama, dove mi sono occupata principalmente di gestione, catalogazione degli elenchi delle opere provenienti da enti museali diversi in affiancamento con varie professionalità, tra cui quella della Registrar.

Le fasi della preparazione di una mostra sono importanti per individuare lo spazio che le opere occupano, rendendo il più efficiente possibile il percorso espositivo. Questo esercizio mi ha portato a conoscere le dinamiche dietro alla preparazione di una mostra che, lontane dallo sguardo del pubblico, contribuiscono al successo o meno della stessa. Per questo motivo, un’ultima attenzione si è data anche alla pubblicizzazione e alla comunicazione dell’evento: sito web, inviti ai vari enti, inviti alle associazioni culturali, manifesti pubblicitari, promozione dell’evento in tutte le sue forme.

In un secondo momento ho seguito le attività inerenti allo studio dei visitatori. In questo modo ho famigliarizzato con un aspetto importante del museo, che non avevo studiato durante la formazione universitaria, ma che è fondamentale per capire qual è l’immagine, la presenza e il servizio che il pubblico riceve e come questi possono cambiare in favore di un dialogo più ravvicinato con chi visita il museo.

In altre realtà museali ho sempre partecipato come pubblico: nella maggior parte dei casi come un visitatore ricettivo (il quale apprende le informazioni da un’opera esposta senza poter intervenire su di essa); in altri casi come un visitatore partecipativo (il quale reinterpreta il messaggio di alcune opere esposte in museo, per intervenire con il suo lavoro artistico proponendo i significati tratti da questa esperienza tramite una creazione originale).

La novità di questa esperienza formativa è stata quella di insegnarmi un nuovo modo di vivere il museo. Vedere con gli occhi di chi offre un servizio al pubblico e cercare di rapportarsi con quest’ultimo in modo da ripensare e ad aggiornare il ruolo che il museo si pone nei confronti dei suoi visitatori e del contesto sociale in cui si inserisce, per offrire un luogo migliore di dialogo e di scambi culturali.

Da questo rapporto il museo cerca di uscirne rinnovato diventando un luogo d’interazione e di apprendimento attivo, dove ognuno può partecipare grazie al proprio contributo.

Questo tipo di attività prevede diversi modi di studiare il pubblico: l’osservazione dei diversi comportamenti delle persone in visita oppure la valutazione delle loro opinioni raccolte tramite la compilazione dei questionari. Affrontare un rapporto diretto con il pubblico, vuole dire conoscere non solo le loro opinioni ma scoprire anche gli interessi, le attrazioni e le esigenze che i visitatori hanno quando sono interessati a un evento/mostra e al museo in generale.

La relazione stabilita con il pubblico si è rivelata utile perché ha maturato in me competenze nell’avviare un dialogo mirato a portare in superficie critiche, giudizi e pensieri che difficilmente vengono espressi senza un opportuno stimolo da parte dell’intervistatore che dev’essere in grado di suscitare sufficiente interesse verso l’argomento dell’indagine.

Ritengo, in conclusione, questo tirocinio un’esperienza fondamentale per la mia formazione in quanto mi ha permesso di avere una conoscenza diretta e concreta di cosa vuol dire lavorare e vivere nell’ambito museale. Le esperienze acquisite e i concetti appresi, grazie all’aiuto dello staff di Palazzo Madama, mi serviranno come utile bagaglio per la costruzione del mio futuro percorso professionale.

Anisa Beba

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