L’esperienza di stage di Francesca

Dall’8 al 19 luglio ho svolto il mio stage estivo  a Palazzo Madama, grazie al Liceo socio psicopedagogico  “N. Rosa” di Susa che ha accolto e soddisfatto la mia richiesta di svolgere l’ esperienza formativa estiva in un museo. Questo stage è infatti un attività d’ orientamento e perciò mi è sembrato utile richiedere di poterla svolgere all’ interno di un ambito lavorativo come quello museale, in cui mi piacerebbe cimentarmi in futuro. Durante queste due settimane sono stata affiancata da Anna La Ferla, Responsabile dei Servizi Educativi della Fondazione Torino Musei che mi ha proposto di creare un progetto educativo

Prima di realizzarlo però, ho svolto una fase di conoscenza fisica del museo, dei vari tipi di linguaggi che usa  e del tipo di pubblico a cui si rivolge. Questo primo momento è stato molto utile poiché mi ha permesso di individuare un tema per il progetto, il linguaggio adeguato e soprattutto il tipo di pubblico a cui rivolgerlo. Inizialmente infatti, ero molto più orientata su un progetto da proporre ad una scuola ma poi, seguendo una guida in un’attività con dei bambini di un centro estivo, ho ritenuto che questo tipo di pubblico potesse essere più adatto anche perché, svolgendo un servizio parrocchiale, sono solita venire a contatto con questo tipo di bambini e  creare giochi e attività per loro. La seconda fase quindi è stata di progettazione delle attività da proporre ad un centro estivo in visita al Palazzo. Il progetto incentra la sua attenzione sulle modifiche strutturali subite dal Palazzo nelle varie epoche, che l’ hanno reso così come si presenta oggi, attraverso giochi e riflessioni che permetteranno ai bambini  di rivivere, con un tuffo nel passato,  tutti i cambiamenti del Palazzo. Per rendere più completo il progetto, Anna mi ha consigliato di pensare ed inserire anche un’ attività da far svolgere ai bambini durante il centro estivo, prima della visita, per suscitare in loro un po’ di curiosità e un’ altra da far svolgere loro  dopo, per verificare la buona riuscita della visita.

Questo stage mi ha permesso di scoprire che il museo offre altre attività, lontane dalla mera visita guidata, che ritengo siano in alcuni casi molto più formative e di potermi confrontare meglio con il mondo del lavoro, comprendendo forse che questo ambito lavorativo non sia quello più adatto a me. Ringrazio lo staff  che è stato sempre molto disponibile, Anna che mi ha seguito in quest’ esperienza e il Liceo socio psicopedagogico N. Rosa di Susa che mi ha offerto quest’ opportunità.

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Werner Abegg

Lunedì 29 luglio 2013 Palazzo Madama ha ricevuto la visita di Anna Jolly, conservatrice della Abegg-Stiftung, che sta svolgendo a Torino alcune ricerche su Werner Abegg, patrocinatore della Fondazione omonima con sede a Riggisberg in Svizzera insieme alla moglie, la storica dell’arte americana Margaret (http://www.abegg-stiftung.ch/e/abegg.html).

Werner Abegg (1903-1984) ha vissuto a lungo in Piemonte dove iniziò negli anni Venti il suo apprendistato presso il Cotonificio Valle di Susa, azienda di famiglia di cui divenne presidente nel 1924 alla morte dello zio August Abegg e di cui resse le sorti fino alla vendita nel 1960 e al suo definitivo trasferimento in Svizzera.

Proprio a Torino Werner Abegg si formò come collezionista di arte antica, dedicando una particolare attenzione alle arti decorative (avori, smalti, mobili, oggetti in metallo) e ai tessuti che costituiscono ancora oggi il nucleo e l’oggetto principale della missione di tutela e valorizzazione della Fondazione, con una biblioteca e un centro di restauro specializzato.

Werner Abegg è stato inoltre uno dei più importanti sostenitori del Museo Civico di Torino tra gli anni Venti e gli anni Sessanta del Novecento, grazie a un fecondo rapporto di collaborazione e di stima con il direttore Vittorio Viale: dal 1930 al 1960 Abegg ha donato al museo diverse opere (mobili, dipinti, ceramiche), ha contribuito alla nascita dell’Associazione Amici del Museo nel 1947 ed è sempre stato discretamente al fianco del museo, fornendo consiglio e aiuto e cimentandosi nel difficile ruolo di mediatore, come nel caso della trattativa per l’acquisto del dipinto di Macrino d’Alba, in cui si offrì di anticipare a nome del museo la somma di denaro richiesta.

Anche verso Torino i signori Abegg serbarono grande affetto: nel 1983, poco prima della morte di Werner, donarono infatti alla città la villa in collina, la “vigna di Madama Reale” che era stata acquistata nel 1927 e che, dopo aver lasciato l’Italia, rimase per entrambi – come ricorda chi li conobbe  personalmente – un luogo dell’anima.

Moltissimi sono quindi i punti di contatto tra Palazzo Madama e la Fondazione Abegg. Entrambe le istituzioni condividono inoltre le stesse difficoltà nel ricostruire non solo la personalità dei signori Abegg, noti per la grande riservatezza, ma anche la storia della loro collezione, dei loro rapporti con antiquari, musei e collezionisti.

Nel 2010 Palazzo Madama ha condotto una prima  ricognizione negli archivi dei Musei Civici, della Soprintendenza e della stampa locale che ha permesso di ricostruire il ruolo di Abegg, lo stato delle sue collezioni nel periodo torinese tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, i contatti con antiquari, conoscitori e storici dell’arte (tra cui Lionello Venturi, prossimo a lasciare l’Italia).

Questo lavoro, confluito nell’articolo Werner Abegg collezionista e ‘Primo amico’ del Museo Civico di Torino (2011), consente oggi ai ricercatori della Fondazione Abegg di recuperare informazioni di cui rimangono tracce negli archivi italiani: esemplari in questo senso i permessi di importazione temporanea di opere in Italia, conservati nell’archivio della Soprintendenza, che fissano le date di ingresso e di acquisizione di alcuni pezzi della collezione Abegg, i nomi degli antiquari a cui si affidava Abegg, e lo stato di conservazione delle opere prima dei restauri ricostruibile attraverso le fotografie in bianco e nero allegate alla pratica.

Nel futuro sarebbe interessante approfondire la figura della signora Margaret Abegg (nata Harrington Daniels), che prima del matrimonio nel 1941 collaborò con il Metropolitan Museum di New York pubblicando alcuni studi di storia dell’arte.

Da questo primo incontro potrebbero quindi nascere collaborazioni interessanti tra le due istituzioni. Una collaborazione di cui Margaret e Werner Abegg, nell’ombra, sarebbero felici.

http://torino.repubblica.it/cronaca/2013/06/14/foto/villa_abegg-61105742/1/#2

A. La Ferla, Werner Abegg collezionista e ‘Primo amico’ del Museo Civico di Torino, in “Svizzeri a Torino”, Società Editrice Ticino Management SA, Lugano 2011, pp. 696-705.

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Palazzo Madama Guest: l’esperienza di stage di Filippo

17 giugno – 28 giugno 2013

Lunedì 17 giugno, il primo delle vacanze estive, è iniziato il mio percorso di stage formativo presso Palazzo Madama a Torino. La scuola da cui provengo, il liceo classico Cavour, si accorda infatti ogni anno con enti presso cui seguire tirocini e avere i primi contatti con realtà lavorative diverse da quelle puramente scolastiche. Una volta arrivato al museo ho incontrato le mie referenti che sono state Anna La Ferla, responsabile dei servizi educativi, e Carlotta Margarone, che gestisce la parte dei social media del museo. Proprio in quest’ultimo ambito avrei dovuto muovermi durante le due settimane di stage: il lavoro propostomi è stato proprio quello di selezionare un tema, legato ovviamente al museo, che avrei poi dovuto sviluppare e raccontare tramite i social networks quali Twitter, Facebook, Pinterest e Instagram. Lo scopo era quello di imparare a utilizzare lo strumento comunemente diffuso del social in modo consapevole e funzionale alle necessità del museo e rendere anche ragazzi giovani come me partecipi del retroscena di un museo che fino a questo punto non sapevo essere così vivo. Ho invece piacevolmente scoperto che numerose persone si occupano dei molti dettagli tecnici e comunicativi che solitamente da un comune visitatore non vengono notati e ho visto anche che Palazzo Madama nello specifico è molto attivo nel coinvolgere tanti pubblici diversi nelle proprie iniziative. Ad accrescere ancor di più il grande interesse che sin da subito ho nutrito per questa iniziativa propostami è il fatto che il percorso di studi che ormai da quattro anni a questa parte seguo al Liceo Cavour è legato alla comunicazione e alle tecniche che essa sfrutta. Pertanto avere l’occasione di concretizzare in qualche modo aspetti soltanto teorici che ho appreso in passato è stato decisamente utile soprattutto per capire come funzioni il complesso intreccio delle piattaforme social, i suoi trucchi e il linguaggio adatto a catturare l’attenzione di coloro con cui si ha a che fare, sfruttando con intelligenza i mezzi a disposizione.
La prima settimana dello stage, dal 17 giugno fino al 21, prevedeva una parte programmatica del lavoro che sarebbe poi stato messo in pratica la settimana successiva, dal 24 giugno fino al 28. Ho dunque iniziato con l’orientarmi per le sale e i piani del palazzo che a primo impatto ho trovato disorientanti, dopodiché ho cercato spunto per l’argomento di cui avrei parlato. Visitando il primo piano, la parte barocca del museo, ho notato che erano largamente presenti specchi e specchiere e nella mia mente ho ricollegato quei dettagli decorativi con un aspetto della cultura barocca che prestava molta attenzione ai riflessi, i giochi di specchi e alle prospettive, tema che avevo già affrontato con interesse durante l’anno scolastico. Ho dunque deciso che il tema dei riflessi sarebbe stato il fulcro del lavoro delle due settimane che mi attendevano; ho iniziato a dare forma alla mia idea, prima documentandomi tramite libri e siti web, e poi girando più volte per le sale del museo alla ricerca di informazioni, il tutto supervisionato dallo staff del museo che si è mostrato disponibile ad accogliere le mie proposte.
Uno dei punti su cui ho maggiormente lavorato è legato all’uso delle immagini che da un lato meglio esprimono il tema dei riflessi rendendoli visibili, e dall’altro hanno un maggior impatto in chi visualizzi i post integrati e spiegati tramite delle fotografie. Nello specifico quelle utilizzate per il mio progetto sono state scattate grazie all’aiuto di un amico che ha avuto il permesso di seguirmi per una mattinata e fare gli scatti utili poi all’attività dello stage.
Il primo passo per la messa in pratica vera e propria del progetto, a cui ho dato il titolo di “Riflessi di Madama Reale”, è stata la creazione di un account su Twitter utile a postare le informazioni sui riflessi del barocco correlate da immagini, notizie, curiosità e anche collegamenti esterni quindi non puramente legati unicamente a Palazzo Madama. Il profilo @pmadama_guest nel giro di poco tempo ha fortunatamente avuto molto successo, guadagnando circa novanta followers in pochi giorni e anche le informazioni raccontate sono state positivamente accolte dagli utenti del social che avevano iniziato a seguirmi. Twitter però è stato soltanto il primo passo del lavoro che è proseguito anche su altre piattaforme tra cui Pinterest, un social di immagini alle quali è possibile allegare una descrizione e un link che rimandi a un sito pertinente con ciò che viene mostrato. Le immagini sono state quindi raccolte in un album fotografico intitolato sempre “Riflessi di Madama Reale” e condivise tramite l’account ufficiale di Palazzo Madama. Anche su Facebook una parte delle foto scattate durante lo stage sono servite a creare un album che mostrasse il lavoro svolto e raccontasse alcune delle informazioni raccolte e che sono state tuttavia approfondite soprattutto sul primo dei social di cui ho parlato: Twitter.
Infine, per fare in modo che si comprendesse che Palazzo Madama aveva iniziato una collaborazione con un “ospite” che però faceva sempre parte delle attività del museo, i post su Twitter venivano di volta in volta ritwittati dal profilo ufficiale del museo così che ci fosse un incrocio di notizie: da una parte quelle legate all’attività istituzionale e di comunicazione della vita del museo, dall’altra quelle temporanee che ero io a scrivere.
Al termine delle due settimane ho infine raccontato con una breve presentazione il mio lavoro allo staff del museo che con grande piacere da parte mia si è rivelato soddisfatto.
Ritengo infine che sia molto importante condividere e raccontare l’esperienza che ho avuto la fortuna di vivere: è stato per me davvero significativo e piacevole venire a contatto con una realtà lavorativa prestigiosa e in cui ho trovato tanta disponibilità e simpatia. Ci tengo in particolar modo a ringraziare Carlotta Margarone, Anna La Ferla e Francesco Brucoli che hanno permesso che seguissi questo breve ma intenso stage a Palazzo Madama.
Per visualizzare il percorso di “Riflessi di Madama Reale” qui di seguito i link dei vari collegamenti ai social:
Twitter
Pinterest
Facebook

Tutti i social su cui è presente Palazzo Madama sono raggiungibili dall’homepage www.palazzomadamatorino.it

Filippo Buccheri

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L’esperienza di stage di Emanuele

L’11 febbraio 2013 ho iniziato la mia esperienza formativa presso Palazzo Madama, terminata ad inizio aprile. In questa esperienza ho affiancato Carlotta Margarone, responsabile dei servizi di documentazione e comunicazione e del sito internet del museo, nella campagna di comunicazione e promozione dell’iniziativa di crowdfunding “Acquista con noi un pezzo di storia”, la prima in Italia di carattere museale, finalizzata all’acquisto di un servizio da tè, caffè e cioccolata in porcellana di Meissen appartenuto alla famiglia d’Azeglio.
Si trattava di portare a termine una vera e propria sfida, in un ambito ancora poco battuto e conosciuto in Italia, quello del crowdfunding e della raccolta fondi online.
Il principale insegnamento che ho appreso da Carlotta in questi due mesi è stato quello della pianificazione di una campagna di comunicazione mirata al raggiungimento di un obiettivo attraverso i nuovi strumenti e le nuove possibilità offerte dal web 2.0.
Stiamo parlando di un museo aperto al dialogo, dinamico ed attento alle esigenze ed alle necessità dei propri visitatori ed alle proposte da essi generate attraverso i social network.
L’iniziativa ha avuto buon esito, anche grazie ad un’attenta e puntuale pianificazione delle attività informative, comunicative e promozionali messe in atto dallo staff del museo.
Personalmente, sono intervenuto nell’attività quotidiana di comunicazione dell’iniziativa attraverso l’utilizzo di social network quali Facebook, Twitter, Pinterest, Instagram e Storify.
Attraverso questi strumenti ho ritenuto molto efficace per i fini dell’iniziativa il dialogo che si è venuto a creare con gli utenti ed in particolar modo la condivisione con essi degli sviluppi quotidiani della campagna attraverso opinioni, idee, fotografie e video.
Parallelamente all’attività giornaliera di aggiornamento delle pagine social del museo, ho sviluppato un database attraverso il quale ho monitorato costantemente, per tutto il periodo di raccolta fondi, lo sviluppo del numero delle donazioni (in particolar modo quelle effettuate online) confrontandolo ai “flussi” creati dai social network, nello specifico dalla pagina del museo su Facebook e dal profilo dello stesso su Twitter.
Dal report finale sono emersi dati molto interessanti: il flusso di informazioni condivise sui social network ha portato ad un incremento del numero delle donazioni.


In conclusione, ritengo che questa esperienza formativa sia stata estremamente positiva: se da un lato sono venuto a conoscenza dei meccanismi di gestione di un museo e di programmazione dell’attività museale, dall’altro ho avuto la possibilità di imparare ad utilizzare i nuovi strumenti messi a disposizione dal web 2.0 a livello professionale e di scoprirne le incredibili potenzialità per il settore artistico e culturale.

Emanuele Bussolino

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Crowdfunding per il servizio d’Azeglio: appunti sulla strategia per le reti sociali

Il 31 gennaio 2013 Palazzo Madama ha lanciato la prima campagna di crowdfunding italiana per l’acquisto di un’opera d’arte, sul modello dei tanti esempi che negli anni precedenti si erano conclusi con successo in Europa. Oggetto della campagna di raccolta fondi, l’importante servizio in porcellana di Meissen appartenuto alla famiglia Taparelli d’Azeglio in vendita a Londra alla cifra di 66mila sterline, da raccogliere in due mesi, entro il 31 marzo.

La scelta della direzione del museo e dell’ufficio marketing , in accordo con  la Consulta per la Valorizzazione per i Beni Artistici e Culturali di Torino, partner strategico dell’iniziativa, è stata di limitare al minimo gli investimenti in comunicazione tradizionale (cartaceo, quotidiani e riviste, stampati), e di puntare invece sul sostegno della campagna sulle reti sociali, sulle quali il museo è molto attivo.

Per costruire la strategia di promozione, che doveva essere molto concentrata e allo stesso tempo declinata su molte diverse piattaforme, e, soprattutto, generare traffico sul sito http://www.palazzomadamatorino.it/crowdfunding/ è stato utilizzato uno strumento di lavoro messo a punto da Jim Richardson e Jasper Visser: il Digital Engagement Framework Workbook. Sulla base generale del workbook, insieme a Cristina Maritano abbiamo risposto a 4 domande propedeutiche alla declinazione strategica dei contenuti sui social:

Worksheet

Il worksheet per la pianificazione della strategia web

  1. Cosa rende unica questa iniziativa?
  2. Quali valori promuove?
  3. Quali valori ha in comune con la mission del museo?
  4. Qual è il target?

I contenuti, definiti grazie alle giuste domande (sono state sufficienti due sessioni di lavoro), sono in seguito stati declinati sulla peculiarità delle specifiche piattaforme social e inseriti in un calendario programmato puntualmente giorno per giorno e coordinato con il resto della comunicazione web del museo.

Rispetto ad  iniziative lanciate in passato sul web, la campagna di crowdfunding ha sicuramente tratto vantaggio dalla programmazione coordinata e dalla definizione dei contenuti concordati con il curatore. Proprio l’utilizzo di una formula schematica di ragionamento ha permesso una collaborazione efficace tra l’anima “scientifica” e storico artistica, e quella più legata alla mediazione dei contenuti e alla promozione e comunicazione. Fino a questa esperienza sembrava, infatti, che l’annoso problema di conciliare le due anime del museo, coinvolgendo lo staff curatoriale nelle attività social, fosse destinato sempre a scontrarsi con due difficoltà: la scarsa conoscenza dei colleghi che si occupano di curatela con le reti sociali; la difficoltà dello staff di mediazione nell’assimilare velocemente tutti i contenuti in maniera completa e accurata.
Questo metodo di lavoro, già diventato prassi in museo, permette a chi si occupa della comunicazione di individuare velocemente i concetti chiave da approfondire, con il vantaggio di avere un confronto di idee proficuo con i colleghi non direttamente coinvolti nell’uso dei social; ai curatori permette invece di comprendere i meccanismi delle strategie sulle reti sociali, le motivazioni che stanno dietro al loro uso, senza dover effettivamente entrare nei dettagli che regolano il funzionamento delle piattaforme.
Il risultato più interessante, esemplificato nelle slide finali della presentazione, è essere riusciti a raccontare la storia del servizio d’Azeglio  con strumenti di storytelling e argomenti non strettamente storico artistici, ma evocativi di emozioni e, soprattutto, rispondenti agli interessi dei target specifici delle singole piattaforme online.  L’esempio più calzante è forse Pinterest, sul quale sono state create board con immagini accattivanti e legate alle passioni dei foodies , in modo però consapevole e non soltanto accessorio alla promozione dell’iniziativa. Il giusto compromesso tra necessità promozionale e coinvolgimento effettivo dei pubblici. Grazie alla presenza di Emanuele Bussolino, che ha svolto in museo il suo stage formativo, è stato possibile analizzare l’impatto dell’attività sui social durante lo svolgimento della campagna. Il suo lavoro di assistenza sulla gestione delle piattaforme e di analisi verrà raccontato nel prossimo post.

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La musica intorno al museo – il nuovo account Spotify

In questi ultimi anni la fruizione della musica ha subito una rivoluzione epocale. L’avvento degli mp3 prima e della condivisione poi hanno radicalmente mutato il rapporto delle persone con la musica. Oggi, un utente mediamente abile con i supporti digitali e devices ha una libreria musicale sul proprio computer e compone playlist specifiche da caricare sui dispositivi portatili. La possibilità di portare con sé le proprie playlist anche sugli smartphone comporta che spesso l’ascolto avvenga con gli auricolari e in diversi momenti della giornata: mentre si cammina, si fa sport, si fa la spesa o si legge un libro. Se vogliamo è un ascolto più intimo, ma anche più consapevole e attivo (rispetto ad esempio alla radio) e che richiede una precisa scelta da parte dell’utente su quale tipo di musica si vuole ascoltare in quel preciso momento della sua vita.

Immagine dal blog Everyday listening http://www.everydaylistening.com/articles/2010/5/10/sound-and-music-in-museums.html

Di fatto, tutti noi siamo diventati creatori di colonne sonore che caratterizzano i vari momenti della nostra quotidianità. Ci organizziamo la playlist per fare sport, quella per rilassarci, quella per viaggiare in auto, e spesso ne abbiamo alcune da ascoltare a seconda dell’umore (triste, allegra, romantica, riflessiva, ecc.).

Si inserisce in questa evoluzione l’avvento di Spotify, l’applicazione che consente di accedere ad una sconfinata libreria musicale (liberandoci dunque persino dalla capacità di memoria del nostro hard disk) e che permette di creare le proprie playlist e condividerle con altri utenti e, soprattutto,  sulle principali piattaforme delle reti sociali.

Anche in museo non è raro incontrare visitatori che si aggirano per le sale con player e auricolari, e spesso ci si chiede: chissà che musica sta ascoltando? Chissà qual è la colonna sonora che sta commentando la contemplazione di quell’ opera d’arte?

Per questo che abbiamo pensato di aprire un profilo di Palazzo Madama su Spotify e chiedere a tutti di condividere con il museo le proprie playlist, in modo tale che nel corso del tempo si venga a creare una complessa e variegata colonna sonora del museo, fatta da chi il museo lo fruisce. I più pigri o i meno avvezzi alla creazione di playlist, poi, potranno persino scegliere di utilizzare nella loro visita quelle create da altri.

Sarà divertente, ad esempio, capire qual è il musicista o il brano più “gettonato”, quale genere musicale si associa maggiormente alla visita al museo e così via. E chissà, magari un domani si potrà creare un contest per individuare la playlist del mese e diffonderla all’interno del museo.

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L’esperienza di stage di Anisa

Il 18 dicembre del 2012 ho iniziato il tirocinio formativo della Laurea Magistrale in Storia dell’Arte presso il Museo di Arte Antica – Palazzo Madama – in occasione della mostra Tesori del patrimonio culturale albanese. La mostra si è spostata a Torino, dopo essere stata inaugurata a Roma nel mese della celebrazione del centenario dell’Indipendenza albanese. Il mio coinvolgimento in quest’attività è stato possibile grazie alla collaborazione tra l’ente museale e l’Università degli Studi di Torino.

Questa opportunità mi ha permesso di avere un’esperienza pratica e diretta dei concetti teorici appresi durante le ricerche fatte per la mia tesi triennale. Il mio lavoro di tesi riguardava, infatti, la storia dei musei in Albania dopo la seconda guerra mondiale e nei primi capitoli descrivevo la scoperta e la conservazione di parte delle collezioni inviate in questa mostra.

La mia partecipazione nella preparazione di questo evento inizia nelle fasi di organizzazione e allestimento delle collezioni, ospitate nella Sala del Senato di Palazzo Madama, dove mi sono occupata principalmente di gestione, catalogazione degli elenchi delle opere provenienti da enti museali diversi in affiancamento con varie professionalità, tra cui quella della Registrar.

Le fasi della preparazione di una mostra sono importanti per individuare lo spazio che le opere occupano, rendendo il più efficiente possibile il percorso espositivo. Questo esercizio mi ha portato a conoscere le dinamiche dietro alla preparazione di una mostra che, lontane dallo sguardo del pubblico, contribuiscono al successo o meno della stessa. Per questo motivo, un’ultima attenzione si è data anche alla pubblicizzazione e alla comunicazione dell’evento: sito web, inviti ai vari enti, inviti alle associazioni culturali, manifesti pubblicitari, promozione dell’evento in tutte le sue forme.

In un secondo momento ho seguito le attività inerenti allo studio dei visitatori. In questo modo ho famigliarizzato con un aspetto importante del museo, che non avevo studiato durante la formazione universitaria, ma che è fondamentale per capire qual è l’immagine, la presenza e il servizio che il pubblico riceve e come questi possono cambiare in favore di un dialogo più ravvicinato con chi visita il museo.

In altre realtà museali ho sempre partecipato come pubblico: nella maggior parte dei casi come un visitatore ricettivo (il quale apprende le informazioni da un’opera esposta senza poter intervenire su di essa); in altri casi come un visitatore partecipativo (il quale reinterpreta il messaggio di alcune opere esposte in museo, per intervenire con il suo lavoro artistico proponendo i significati tratti da questa esperienza tramite una creazione originale).

La novità di questa esperienza formativa è stata quella di insegnarmi un nuovo modo di vivere il museo. Vedere con gli occhi di chi offre un servizio al pubblico e cercare di rapportarsi con quest’ultimo in modo da ripensare e ad aggiornare il ruolo che il museo si pone nei confronti dei suoi visitatori e del contesto sociale in cui si inserisce, per offrire un luogo migliore di dialogo e di scambi culturali.

Da questo rapporto il museo cerca di uscirne rinnovato diventando un luogo d’interazione e di apprendimento attivo, dove ognuno può partecipare grazie al proprio contributo.

Questo tipo di attività prevede diversi modi di studiare il pubblico: l’osservazione dei diversi comportamenti delle persone in visita oppure la valutazione delle loro opinioni raccolte tramite la compilazione dei questionari. Affrontare un rapporto diretto con il pubblico, vuole dire conoscere non solo le loro opinioni ma scoprire anche gli interessi, le attrazioni e le esigenze che i visitatori hanno quando sono interessati a un evento/mostra e al museo in generale.

La relazione stabilita con il pubblico si è rivelata utile perché ha maturato in me competenze nell’avviare un dialogo mirato a portare in superficie critiche, giudizi e pensieri che difficilmente vengono espressi senza un opportuno stimolo da parte dell’intervistatore che dev’essere in grado di suscitare sufficiente interesse verso l’argomento dell’indagine.

Ritengo, in conclusione, questo tirocinio un’esperienza fondamentale per la mia formazione in quanto mi ha permesso di avere una conoscenza diretta e concreta di cosa vuol dire lavorare e vivere nell’ambito museale. Le esperienze acquisite e i concetti appresi, grazie all’aiuto dello staff di Palazzo Madama, mi serviranno come utile bagaglio per la costruzione del mio futuro percorso professionale.

Anisa Beba

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L’esperienza di stage di Monica

Ho svolto il mio tirocinio presso Palazzo Madama dal 1 luglio 2012 al 31 gennaio 2013, per 750 ore complessive, come richiesto dalla Scuola di Specializzazione in Beni Storico Artistici dell’Università degli Studi di Genova alla quale sono attualmente iscritta. La mia attività si è svolta sotto la supervisione della dott.ssa  Cristina Maritano, conservatore per le arti decorative, e ha riguardato l’indagine iconografica del fondo di porcellana del museo con una prima revisione delle schede di catalogo. 

Dopo una prima fase di preparazione e studio, che mi ha permesso di conoscere le manifatture presenti nelle collezioni, mi sono occupata di ricercare il materiale fotografico relativo ai singoli pezzi, analizzando parallelamente le schede per evidenziare eventuali lacune. In seguito ho diviso il materiale raccolto per manifattura e numero d’inventario, registrando su un database le informazioni essenziali per ogni pezzo e il tipo di materiale iconografico posseduto dal museo, in modo da avere una panoramica completa della situazione di partenza.

Con la dott.ssa Cristina Maritano abbiamo quindi iniziato a lavorare sui singoli pezzi, in particolare su quelli collocati nei depositi, dove l’osservazione diretta mi ha permesso di riconoscere la differenza tra le decorazioni, le marche e i vari tipi di pasta. Ogni oggetto è stato analizzato e fotografato, annotando lo stato di conservazione, insieme a considerazioni di carattere stilistico e attributivo. In questa occasione ho potuto partecipare attivamente sia all’allestimento delle due vetrine per la mostra «Arte e industria a Torino. Dodici capolavori di Mario Sturani per la Lenci» sia nella scelta di alcuni pezzi che dai depositi sono stati inseriti nelle vetrine del secondo piano del museo.

Infine ho aggiornato, con le nuove informazioni acquisite, le schede all’ interno del programma di catalogazione di Palazzo Madama.

L’opportunità datami dalla dott.ssa Cristina Maritano, dalla direttrice dott.ssa Enrica Pagella e dalla Fondazione Torino Musei, mi ha permesso di conoscere numerosi aspetti della vita di Palazzo Madama a partire dalla cura materiale delle opere, fino al lavoro e allo studio che sono alla base di ogni evento, mostra e pubblicazione, dandomi così la possibilità di mettere in pratica le conoscenze acquisite durante gli anni universitari e contestualmente arricchire la mia preparazione.

Monica Ferrero

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Da Dresda a Torino: il lungo viaggio di un’eredità di porcellana

Pubblichiamo la terza parte del testo ( 1° parte2° parte ) dedicato al servizio d’Azeglio per l’acquisto del quale Palazzo Madama ha lanciato una campagna di crowdfunding online.  Per contribuire all’acquisto e diventare anche voi proprietari di un’opera d’arte www.palazzomadamatorino.it/crowdfunding

3. A Dresda: Pietro Roberto Taparelli, conte di Lagnasco

Emanuele riuscì tra il 1857 e il 1858 nel compito non facile di tracciare un profilo biografico dell’antenato, ricomponendo le voci dei contemporanei e passando in rassegna l’archivio di famiglia. Da allora, a parte qualche citazione, ben poco di nuovo è emerso, e rimangono inediti la gran parte dei documenti conservati negli archivi di Dresda, tra i quali la corrispondenza del conte con il sovrano Augusto il Forte e con gli altri ministri, e gli elenchi dettagliati delle opere d’arte acquistate all’Aia.

Figlio secondogenito di Benedetto e Cristina San Martino di Parella, Pietro Roberto (1669-1732) tentò assai giovane la fortuna militare fuori dal ducato sabaudo. Documenti rintracciati da Emanuele provavano che partì con « une bien mince fortune, son père lui ayant légué une pension de 1200 livres par an et 3000 livres une fois payées, à charge de devoir par là renoncer à toute réclamation ultérieure et de retomber à la pure légitime ». Sembra che prima di servire in Sassonia, fosse stato al fianco del principe Eugenio. A Dresda la carriera fu rapida. Divenne in breve favorito di Augusto il Forte, ovvero del principe Federico Augusto I, Elettore di Sassonia, e re di Polonia con il nome di Augusto II (1670-1733).  Documentato a corte già nel 1703, fu dal 1707 comandante della Guardia a cavallo del re, dal 1714 generale di cavalleria, dal 1719 cavaliere dell’Ordine dell’Aquila bianca con titolo di ministro di gabinetto. In comune con il sovrano aveva a detta dei contemporanei la passione per la tavola, i divertimenti, e il gentil sesso. Fu inviato a L’Aia nel 1707 con l’incarico di incrementare la flotta sassone. Qui sposò nel 1710 la figlia del generale Comte de Noyelle, di cui non conosciamo il nome.  Nel 1713 fu nominato ministro plenipotenziario per la Sassonia e la Polonia alla pace di Utrecht. Legato allo Statthalter Fürstenberg, alla morte di questi fu via via allontanato dalla corte dal conte Jacob Heinrich Flemming, il potente ministro degli esteri, che ne temeva l’influsso sul re. Ricevette così denari e incarichi di ambasciate: nel 1716 l’Aia, poi più volte Roma, infine Vienna, dove “il réussit, en 1731, à aplanir heureusement un différend qui s’était élévé entre la Cour Impériale et la Cour Royale”. Nel 1721 si era sposato, dopo la morte della prima moglie, con una ricchissima vedova, la contessa Maria Josepha Thun, nata Waldstein. Appartenente ad una delle più importanti famiglie della nobiltà boema, era figlia del gran ciambellano dell’imperatore Giuseppe. Su Pietro Roberto, la prima testimonianza viene dalle lettere e dalle memorie del Barone Charles-Louis de Pöllnitz:

“Monsieur le Comte de Lagnasco est d’une taille avantageuse. Ses manières sont polies et honnêtes. Je crois que vous savez qu’il est d’une Maison distinguée en Piémont, et qu’il est Ministre d’Etat, Lieutenant Général des Armées, Capitaine des Chevaliers Gardes, et Chevalier de l’Ordre de l’Aigle Blanc. Je ne saurois vous dire comment, ni en quel tems, il est entré au service du Roi de Pologne: mais je sais que ce Ministre a d’abord su s’insinuer dans la faveur de son maitre, par beaucoup d’assiduité, par un ésprit agréable, et par la grande complaisance à entrer dans ses plaisirs. Il s’affermit si fort dans cette faveur que le Comte de Flemming le regardoit comme le seul rival qu’il eût à craindre. Cela faisoit qu’il n’avait pas toute la sympathie du monde pour lui. Le Comte de Lagnasco a été employé dans diverses ambassades; il ne fait que de finir celle de Rome; on dit qu’il va remplir celle de Vienne, et que le jeune Comte deWackerbart doit aller à Rome. Je dois vous dire encore que le Comte de Lagnasco est heureux en tout, même en mariage [...]”

Non noto a Emanuele, perché all’epoca ancora inedito, era il ritratto del conte che ne fece il figlio di Christian Augustus von Haxthausen, anch’egli ministro di Augusto il Forte:

Lagnasco n’étoit pas grand génie mais homme de bon sens, grand, bienfait et très revenant de visage, bon vivant. Il étoit franc pour un savoyard, amusant et avoit des saillies naïves qu’il proferoit avec esprit et avec des expressions propres, il étoit non chalant, sans souci et fort dépensier; il étoit très débauché pour le sexe et aimoit la bonne chère, assez sincère, bon ami, mais inutile, parce qu’il n’aimoit pas à se donner de la peine. Le roi l’aimoit et il étoit une espèce de favori, étant agréable et fait pour les parties de table et des petites débauches de vin […]. Il avoit été au prince Éugène comme capitaine; étant revenu au roi, il l’avoit bientôt élevé […]. Sa prèmière femme étoit Comtesse de Noyelles, très riche: il vecut très bien avec elle et lui avoit dépensé tout son bien, quand elle mourut sans enfans. Il fut ministre de cabinet titulaire et second plenipotentiaire de Saxe à la paix d’Utrecht.[...] Il relevoit l’ambassade uniquement par la table, son train et sa belle manière de vivre en homme de grand monde.

La contessa di Lagnasco:

“étoit petite et bossue, mais une femme d’un mérite eminent, de l’esprit infiniment, le meilleur coeur du monde, fine et plein de jugement, douce, amusante, agréable en compagnie et aimée généralement. Lagnasco devenant vieux quitta ses débauches de femmes et vecut bien avec elle. Fleming, n’en craignant plus rien, le laissa en repos jusqu’à ce qu’il mourut. Il fut presque disgracié avant sa mort ou au moins tout negligé par le roi, parce que Madame Lagnasco s’étoit trop attaché à la princesse électorale [Josephine, la moglie del futuro Augusto III].

Sappiamo di lei che coltivava una vera passione per la musica e che fu la mecenate di Johann Johachim Quantz (1697-1773) compositore e flautista tedesco, per il quale che ottenne dal re il permesso di andare a Roma al seguito del conte di Lagnasco, nel 1724.

Un commentatore inglese scriveva nel 1731 che il conte di Lagnasco: “never meddled much in the Direction of the State Affairs, but endeavoured to enjoy quietly the fat places, and pensions which his friend Count Flemming had procured for him. Yet some are of opinion that the command of Chevaier Guards will be taken from him, and given to the Count Maurice of Saxony”.

Pietro Roberto morì il 2 maggio 1732 nell’alta Slesia, mentre stava viaggiando da Vienna a Varsavia. Gli era al fianco il nipote Carlo Francesco, anch’egli emigrato in cerca di fortuna in Sassonia. Gianni Battista Balbi Simeone, conte di Riviera, ambasciatore di Carlo Emanuele III a Roma, raccolse il 23 febbraio 1769 la testimonianza di Carlo Francesco sulla morte dello zio:

1769, 23 février. Attestation par laquelle D. Carlo Tapparelli, Comte de Lagnasco, résidant à Rome, fait foi et dépose même sous serment que se trouvant en 1732 auprès du Comte Robert Tapparelli de Lagnasco, son oncle, alors vivant et lieut. Gén. Com. les chev. Gardes et ministre de cabinet d’Auguste IIme, Roi de Pologne, rappelé à Varsovie de sa mission de Vienne où il se trouvait, quand il fut arrivé à Sckiniskoff, en Silésie, terre éloignée d’environ trois heures de la ville d’Oppeln, il lui survint une grave maladie à la fin d’avril, ou au commencement de mai de ladite année 1732, et muni des Sacrements de l’Eglise, il rendit son âme à Dieu, et son cadavre fut transporté à l’Eglise des Pères Franciscains Mineurs Observants, qui est située sur une petite éminence à la distance d’environ deux heures de Sckiniskoff, sans que ledit Comte ait laissé de succession, la terre de Sckiniskoff, composée de plusieurs villages, appartenant à la Comtesse de Lagnasco, née Comtesse de Valdstein en Bohème, qui lui a survécu […].

Il convento francescano sulla collina è quello di Góra Świętej Anny (Sankt Annaberg in tedesco), e si trova a 25 km a sudovest di Oppeln. I sarcofagi di Pietro Roberto e della moglie si trovano ancor oggi custoditi nella cripta. Tre ritratti si conservano di lui. Uno riprodotto in un’incisione olandese del 1708; un secondo avente come pendant il ritratto della prima moglie, ora al Museo Civico di Torino, databile fra il 1719, anno del conseguimento dell’Ordine dell’Aquila bianca, e il 1721; infine, quello dipinto dal pittore di corte Louis de Silvestre, eseguito a Dresda nel 1724, ora nella Gemäldegalerie Alte Meister .

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Da Dresda a Torino: il lungo viaggio di un’eredità di porcellana

Pubblichiamo la seconda parte del testo (qui la 1° parte) dedicato al servizio d’Azeglio per l’acquisto del quale Palazzo Madama ha lanciato una campagna di crowdfunding online.  Per contribuire all’acquisto e diventare anche voi proprietari di un’opera d’arte www.palazzomadamatorino.it/crowdfunding

2. Le ricerche genealogiche

Ci sono oggetti nelle famiglie che si tramandano da generazione, come cose importanti, ma di cui solo vagamente si sa dire da dove vengano e a chi siano appartenute. In casa d’Azeglio più volte Emanuele aveva sentito parlare di un lontano avo migrato in Sassonia, un conte di Lagnasco che aveva fatto fortuna al servizio di Augusto II, re di Polonia. Morto senza figli, aveva lasciato alla famiglia d’origine quattro grandi ritratti della famiglia reale sassone, il proprio ritratto e quello della sua prima moglie, una contessa olandese, un servizio da caccia in cristallo di Boemia, e due servizi in porcellana di Meissen: uno più grande, da tè, da caffè e da cioccolata, con stemma Taparelli, e uno più piccolo, da tè, con lo stemma Taparelli e quello della seconda moglie, Maria Josepha Waldstein.

Passò più di un anno, e nell’inverno del 1844 Emanuele si recò a Dresda, alle prese con le prime ricerche. Ne ricavò qualche notizia su Maria Josepha e poco altro. Fu solo anni più tardi che trovò il modo di riprendere il filo per dipanare quelle vicende. Era ormai ministro plenipotenziario a Londra, e tornava di rado in Piemonte. Durante l’estate del 1856, dopo un soggiorno a Lagnasco e a Torino, si mise a esaminare con il padre i documenti dell’archivio di famiglia. Vi trovarono una lettera della duchessa Jolanda a un Gasparo de Taparellis, e dovettero con ciò discutere dell’albero genealogico della famiglia. Al ritorno a Londra, Emanuele si fece spedire “un tableau” (il ritratto del conte di Lagnasco? il quadretto di fiori?) e il servizio più piccolo, quello con le armi Taparelli-Waldstein, che sottopose al suo collega e amico il duca di Persigny, Jean-Gilbert Victor Fialin, ambasciatore francese, ex-primo ministro:

 Tableau et petites tasses sont arrivés intacts […]. Tout cela est fort admiré et Persigny en avale la salive. Nous avons ce matin passé en revue ses nombreaux livres heraldiques et avons constaté que les armoiries sur la porcelaine sont celle de la seconde femme née Waldstein et pas de la première née de Noyelles […].

 Persigny si prodigò in seguito in vario modo, conducendo personalmente ricerche in Francia per verificare le supposte origini bretoni dei Taparelli. Tra le carte di Emanuele, un quadernetto rilegato in marocchino rosso registra queste e altre notizie sulla famiglia raccolte principalmente tra il 1857 e il 1869, e poi date alle stampe, con successivi ampliamenti, nel 1884. E’ un fatto raramente ricordato, ma se uno dei libri più famosi della letteratura italiana è stato scritto, I miei ricordi di Massimo d’Azeglio, lo si deve anche a Emanuele, e ai colloqui fra i due dopo la morte di Roberto. Fu un’impresa titanica per Massimo, che sempre aveva respinto le nostalgie del passato, ma che ora trovava confortante, persino divertente, raccontare l’esperienza di una vita. Ciò non gli impediva di guardare con affettuosa ironia a certe passioni del nipote, e fanno sorridere le sue ultime lettere, dove di nuovo fa capolino quel tale conte di Lagnasco…:

 Emanuel mi vien facendo de’ regalucci: vorrei fargli una gentilezza. Mi son ricordato che, a Loveno, c’è un’incisione bruttina, ma che per lui, che coltiva l’albero genealogico, avrebbe il gran merito di rappresentare un colonnello di Lagnasco, che servì Augusto III, di Sassonia-Polonia. Fammi il piacere, se non ci vedi obbiezione, di mandarla in una cassettina, diretta a Torino N. 2, via Accademia Albertina. Mille e mille grazie, per il congedo definitivo che hai accordato al conte di Lagnasco, onde si ritiri in seno della sua famiglia. Io son certo che, se a Emanuel gli mandassi un sacco d’oro non gli farei tanto piacere. È un gusto come un altro.

continua…

 

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