Poter dire di aver vissuto. Un laboratorio di ricerca sulla felicità attraverso l’arte (febbraio-giugno 2011). Una nuova esperienza di “museum theatre”.

 “I musei devono accogliere il grido dell’uomo moderno che vuole vivere una vita migliore e conoscere la verità”

(J. Kinard, Intermediari tra il museo e la comunità, 1971).

Il video, suddiviso in tre parti, documenta sei interventi teatrali creati dai partecipanti al laboratorio “Poter dire di aver vissuto” e presentati a un pubblico ristretto l’8 giugno 2011. Il laboratorio è stato un primo esperimento che Palazzo Madama e l’attore e regista Claudio Montagna hanno sviluppato per indagare le potenzialità e gli spunti che il teatro offre nella narrazione e nella comprensione dell’arte figurativa, in particolare dell’arte antica.

Da alcuni anni Palazzo Madama porta avanti una riflessione sull’uso del teatro all’interno del museo, e in diverse occasioni ha proposto al pubblico percorsi teatrali come momento di edutainment, attività cioè capaci di unire svago e apprendimento grazie all’uso di un linguaggio duttile in cui l’azione, il gesto, la parola (ma anche la danza e la musica) suscitano emozioni, sviluppano l’immaginazione e si ancorano alle persone (forse) con maggior efficacia di quanto possa fare l’insegnamento o l’acquisizione tradizionale del sapere.

Oltre all’obiettivo comune alle precedenti esperienze di verificare il teatro come strumento di mediazione, in grado di proporre una narrazione più comprensibile dell’arte figurativa, con il laboratorio teatrale “Poter dire di aver vissuto” ci si è posti  alcuni obiettivi particolari. In questo caso infatti il museo intendeva:

- indagare le reazioni, gli atteggiamenti e le sollecitazioni dei visitatori di fronte alle opere del museo;

- sperimentare nuove forme di conoscenza e di mediazione del patrimonio per progettare nuovi percorsi di conoscenza e interpretazione;

- sperimentare forme di narrazione in cui emergesse l’unità delle arti e dei loro linguaggi;

- rendere il museo un luogo di scambio e di incontro tra cittadini;

- offrire occasioni di crescita e cambiamento in cui partecipanti acquisissero strumenti di interpretazione dell’arte da applicare anche in altre situazioni;

- valorizzare la costruzione di significato da parte dei visitatori;

- far affiorare nei partecipanti la consapevolezza del ruolo benefico che l’arte nella sua totalità (arte figurativa e performativa) apporta alla vita di ognuno, soprattutto in un periodo di grave crisi economica e di attacco al patrimonio culturale;

- condividere con la cittadinanza i percorsi elaborati;

- fornire al personale del museo un’occasione di confronto con un pubblico selezionato e predisposto al dialogo circa la percezione dell’arte, dei suoi valori e dei suoi linguaggi al fine di migliorare le forme di comunicazione con i propri visitatori;

- attribuire ai partecipanti il ruolo di “audience-as artist”, cioè di protagonisti e autori principali nel processo di creazione dei contenuti, secondo la visione sviluppata tra gli altri da Alan Brown e Jennifer Novak-Leonard nel rapporto Getting in on the art, che permette di andare oltre la tradizionale visione del pubblico inteso come “utente passivo” e/o semplice spettatore (http://irvine.org/publications/publications-by-topic/arts/getting-in-on-the-act-report).

 - fornire una documentazione precisa del percorso di ricerca in previsione di future esperienze e in modo da condividere i risultati con altre istituzioni culturali.

 Per ultimo, l’obiettivo più ambizioso, presente nel titolo del laboratorio, intendeva verificare se l’arte, oltre a riflettere valori e aspirazioni della società che ha di volta in volta prodotto forme figurative diverse, possa anche essere uno strumento di felicità per le persone di oggi, grazie alla capacità dell’opera d’arte di interagire con lo spettatore e di porre domande risvegliando un patrimonio di emozioni, sentimenti ed esperienze accumulati nel corso dell’esistenza di ognuno.

Il laboratorio si è svolto a Palazzo Madama in 15 incontri in orario serale, tra febbraio e maggio 2011, con esercitazioni, lezioni frontali e interventi dei curatori del museo. Al progetto hanno partecipato 20 persone, diverse per età, attività professionali e formazione teatrale alle spalle (che non era peraltro richiesto né costituiva criterio di preferenza).

La proposta di un laboratorio così particolare e inedito rispetto alla consueta programmazione di Palazzo Madama è stata accolta con grande entusiasmo e interesse, al punto da rendere necessari colloqui individuali per formare il gruppo di lavoro, illustrare ai candidati obiettivi e metodologia, e dichiarare esplicitamente il carattere sperimentale dell’esperienza.

I partecipanti sono stati chiamati a tradurre in “istantanee teatrali” la storia, le forme e le suggestioni evocate da quattro opere del museo scelte dall’équipe di progettazione e tutte diverse per tecnica, materiale e epoca di realizzazione: le geometrie di vuoti e pieni di un capitello medievale chiamato a re-interpretare i modelli classici dell’ordine corinzio; lo sguardo indagatore del misterioso e sconosciuto uomo ritratto da Antonello da Messina nel 1476; una caraffa decorata, frutto delle sperimentazioni degli artisti del Rinascimento toscano in gara con la celebre porcellana orientale; e infine la ricerca cromatica e materica di una scultura barocca in legno e avorio, raffigurante il dramma dei sentimenti umani e della giustizia terrena incarnati nella scena del Giudizio di Salomone.

La scelta di una sola opera da elaborare e presentare in forma teatrale è stata ottenuta attraverso un percorso progressivo di selezione e distillazione con questionari, esercizi e interventi di approfondimento dei curatori del museo e del regista.

E’ interessante notare come rispetto all’inizio del laboratorio, nel corso delle 15 settimane l’89% dei partecipanti ha cambiato l’opera verso cui si sentiva inizialmente più attratto (solo l’11% è rimasto fedele al “primo amore”, pari a 2 persone): se a febbraio, all’inizio del percorso, il ritratto di Antonello da Messina raccoglieva il 67% dei voti di preferenza e nessuno aveva scelto il Giudizio di Salomone di Simon Troger, a giugno la situazione si era ammorbidita, confermando l’effettiva nascita di un “dialogo” e di un percorso di conoscenza e interrogazione tra l’opera e il partecipante al corso:

Il laboratorio si è rivelato un’utile sfida anche per il personale del museo che nell’interpretazione del fatto artistico ha dovuto associare i consueti strumenti della disciplina, basati sull’indagine stilistica, storica e critica, a un atteggiamento nuovo di ascolto rispetto alle esigenze di comprensione e conoscenza da parte dei partecipanti: è stato fondamentale provare a capire le intenzioni profonde dell’artista (e della collettività di riferimento), modellare e moderare il linguaggio, focalizzare la visione su una comprensione più universale e antropologica del fenomeno artistico.

La presentazione dei lavori agli ospiti esterni è stata strutturata come un percorso itinerante, una “via artis” lungo le diverse sale del museo, in modo da mantenere il contatto visivo e fisico con l’opera da commentare. La valutazione richiesta alla fine della serata a partecipanti e spettatori attraverso un breve questionario di verifica ha messo in luce alcuni punti di forza e ovviamente alcuni aspetti di debolezza del progetto.

Rispetto a un generale apprezzamento e soddisfazione dell’iniziativa, tra i partecipanti al corso le criticità sono state: il desiderio di avere maggior disponibilità di tempo per sviluppare il progetto (“maggior tempo avrebbe potuto probabilmente dare più opportunità di creare un buon clima di gruppo e rapporto con il conduttore del laboratorio”); un certo squilibrio tra pratica e teoria a favore di quest’ultima; e un ruolo più direzionale da parte del regista.

E’ diffusa anche l’idea che le opere possano “parlare” al visitatore e che sia necessario  creare una dimensione di silenzio che aiuti l’ascolto: “mi ha aiutato a capire come contemplare le opere e soprattutto a non giudicare ma a lasciare che siano queste a parlare”; “dando un significato teatrale alle emozioni suscitate dalla pittura, dalla scultura, ecc.”; “attraverso una percezione diversa e una chiave di lettura che collega le opere tra loro”; “in maniera diversa, con un approccio più psicologico e sentimentale che tecnico”; “a “vedere” meglio un’opera”; “mi ha portato a leggere molto su Antonello da Messina”; “immergendomi con tutto il mio sé ed i miei canali percettivi”; “mi ha aiutato a conoscere un modo diverso di conoscere l’opera per entrare nel suo mondo e viverla”; “a vivere dentro ad un museo”; “viaggiando nei retroscena”.

Alla domanda di sintetizzare con una parola l’esperienza i partecipanti hanno risposto facendo riferimento a diversi ambiti semiotici:

- interessante; innovazione; novità; nuovo; sentimenti in immagine;

- smascheramento; scoperta; ricerca come studio / osservazione / ricerca del significato delle cose;

- esperienza poliedrica

- luminosità

- futuro

- un’esperienza di vita; teatro dell’interiorità;

- sudore

- vibrante e bellissimo!

- una meravigliosa occasione perduta.

Al laboratorio hanno partecipato 20 persone, con un’ampia preponderanza di donne (75%), a ulteriore conferma dello slancio tipicamente femminile verso esperienze di formazione e di confronto interpersonale. Rispetto alle attività professionali e all’età dei partecipanti vi è stata una grande eterogeneità, con una maggioranza di studenti (35%) e un’età media attestata sui 36,5 anni: questi ultimi due elementi indicano che il progetto è riuscito a incontrare l’interesse di un pubblico diverso da quello che tradizionalmente frequenta il museo e aderisce alle attività proposte.

Da parte del gruppo di lavoro, la valutazione ha portato ad evidenziare la necessità di strutturare maggiormente la parte tecnica del laboratorio.

In generale, quasi tutti i partecipanti hanno colto la finalità del laboratorio anche se nella presentazione non era stata forse proposta in termini chiarissimi. Si sono resi disponibili a compiti apparentemente assurdi che sono stati proposti come modelli, e a passaggi non sempre logici, spesso destabilizzanti, cogliendone la reale funzione di stimolo: sia alla percezione del contenuto delle opere scelte sia all’ideazione della parte poetica e teatrale. La maggior parte ha acquisito l’idea di inventare un proprio teatro per potersi fare mediatore per l’accesso alle opere da parte di altre persone, rinunciando così a una più rassicurante, ma non utile per questo, idea di teatro canonico, accademico o di altrui ricerca.

E’ proprio su questa disponibilità alla rinuncia, alla creazione di un vuoto, oltre a una gran voglia di sperimentare e di riempire quel vuoto con informazioni ed esperienze nuove, da parte della maggior parte dei partecipanti, che sembra di poter basare una valutazione positiva del lavoro svolto. Quel vuoto è stato di volta in volta colmato da piccole creazioni originali e mirate di notevole qualità. Ogni volta che il gruppo elaborava qualche prodotto artistico, si notava quanto fosse presente e crescente una volontà di farsi passaggio e mediazione. Prima per se stessi nei confronti delle opere, allo scopo di entrarci davvero, conoscerle in profondità, quasi sprofondare nella loro bellezza per poter scoprire e valorizzare la propria. Poi per aprirle e renderle raggiungibili da altri. Aprirle, non spiegarle. Dunque era chiaro che si diventava ponti e non guide o ciceroni.

Ponti da attraversare per raggiungere liberamente la meta, e non ponti da contemplare per la qualità estetica della loro architettura.

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Intervista a Robert Wilson

 
 Intervista raccolta da Noah Khoshbin e Matthew Shattuck

  

RobertWilson©Hsu-Ping

Questa non è la prima volta che sta dietro a una telecamera. Mi può raccontare qualcosa dei suoi primi esperimenti negli anni ’70? 

In realtà avevo già realizzato un film a metà degli anni ’60, “The House”, ma non pensavo alla pellicola come al mio mezzo espressivo principale. Negli anni ’70, con l’avvento del video, ho cominciato a sperimentare con questa tecnologia che ha il grande vantaggio dell’immediatezza. In quegli anni ho creato per la televisione tedesca ZDF una serie di lavori chiamati “Video 50” che andavano in onda alla fine dei programmi intorno alla mezzanotte a sostituzione delle schermate fisse del monoscopio. Mi piaceva l’idea che andassero in onda in continuazione e in loop.

 Lei è un pittore e un artista visivo e nella sua carriera ha sperimentato diversi linguaggi espressivi. Tuttavia, la maggior parte del suo lavoro è legata al mondo del teatro, alle installazioni e alla performance. Qual è il suo rapporto con il film? A differenza dello spettacolo dal vivo, cosa la attrae della tecnologia del video?  

Una performance si svolge sempre e solo in un preciso momento. Con qualsiasi registrazione visiva, si ha la possibilità di rivedere e modificare le immagini, i colori, addirittura l’illuminazione. Il lungo ed intenso lavoro di post produzione mi permette di aggiungere la colonna sonora, di correggere i colori, di creare un loop perfetto e così via. In passato ho lavorato relativamente poco con il video perché la tecnologia non era ancora in grado di raggiungere il livello di precisione e perfezione che stavo cercando. E’ incredibile quello che si riesce ad ottenere oggi con l’alta definizione. Ogni mio lavoro, qualunque sia il mezzo espressivo che adopero, è estremamente preciso. 

In che modo i Video Portraits possono essere collegati alle sue regie teatrali?

Durante una conferenza qualcuno chiese ad Albert Einstein: “Signor Einstein può ripetere quello che ha appena detto?” Einstein rispose “Non c’è bisogno che io ripeta quello che ho detto perché si tratta sempre di un’unica idea, di un unico pensiero”. Io non faccio distinzione tra teatro, fotografia e architettura e ritengo che ciò che è possibile sul palcoscenico o nel video, nella pittura, nella danza, nel design, nella musica, o nella scultura può essere considerato come un’unica cosa. In un certo senso questi videoritratti danno forma anche al mio lavoro teatrale, perché non c’è una reale differenza. Se con il video si tende a lavorare con la mezza figura e il primo piano in teatro normalmente ci si confronta con un proscenio e un’inquadratura ampia. Ma io ho rotto queste regole nel teatro, e anche nei video dove divido lo spazio nei tre modi tradizionali: ritratto, paesaggio e natura morta.

Il campo tradizionale della ritrattistica appartiene alla pittura e alla fotografia. Una delle sue principali caratteristiche è l’immobilità. Cosa aggiunge il movimento al ritratto? 

WILSON-IsabellaRossellini-e-Carubina-di-Mence-©-Luciano-Romano

 

Non sono convinto che la ritrattistica tradizionale sia statica. Molti grandi ritratti suggeriscono movimento, sia nel volto che nell’immagine totale. Basti pensare all’agitazione presente in un autoritratto di Rembrandt. Ma è vero che il tempo ha un ruolo diverso nei miei videoritratti. Sono dei loop che si ripetono continuamente, senza inizio né fine. Hanno uno spazio e un tempo propri. 

  In termini di produzione, cosa viene prima il soggetto o gli attori? Come è stato lavorare con attori cinematografici rispetto a quelli teatrali? 

 Il progetto per ogni ritratto dipende da una varietà di circostanze e metodi di lavoro. A volte riprendo un mio lavoro precedente, oppure nell’osservare una fotografia di una persona ne può scaturire un’immagine o un’idea, altre volte può nascere da una ricerca sulla vita del soggetto e quindi il progetto viene costruito lentamente. Posso ispirarmi ad un’opera d’arte, come nel caso del dipinto di Rembrandt su cui è stato modellato il ritratto di Robert Downey Jr., o a un film storico piuttosto che a una pubblicità. Altre volte abbandono l’idea originale nel momento stesso in cui incontro la persona in studio e nasce una nuova idea. Il progetto è una cosa, un punto d’inizio ma lavorare con il soggetto sotto le luci e le telecamere crea qualcosa di diverso. E poi il lavoro di montaggio crea ancora qualcosa d’altro. Lavorare con attori cinematografici è come lavorare con attori di teatro; un meccanico può avere più presenza in una particolare ripresa di un grande attore di cinema che recita la stessa scena. Ogni persona è diversa dalle altre e richiede qualcosa di speciale. 

 Perché ha scelto celebrità, personaggi regali e animali per i suoi ritratti?

I primi ritratti che ho girato erano di personalità note al grande pubblico, superstar, gli dei del nostro tempo. Ma ho sempre voluto includere altro – un uomo della strada, un animale, un bambino o una persona qualunque. Questa serie di videoritratti vuole essere un documento del nostro tempo.

 Qual è il suo ritratto preferito?

Non c’è. Per me questi ritratti sono come delle finestre. Mostrano scene diverse e possiamo decidere di soffermarci davanti ad una più a lungo che a un’altra. Sono come dei piccoli mondi racchiusi su se stessi e noi li guardiamo dal nostro mondo. Contengono elementi di storia dell’arte, di cultura popolare ma non sono parte del nostro quotidiano.

WILSON-Celine-©-Luciano-Romano

 

 Pensa che progetti come i Video Portraits siano il futuro dell’arte?  

Non so quale sarà il futuro dell’arte, ma so che quello che rimane del presente sarà la sua arte. Basta pensare al fatto che la maggior parte di quello che sappiamo delle antiche culture ci arriva dal patrimonio artistico che queste hanno lasciato. Ogni epoca trova il suo linguaggio per esprimersi. Può essere la ceramica, la scultura del legno e della pietra, il tessuto, la pittura, il film , opere in digitale che ancora ignoriamo. Non c’è un unico linguaggio espressivo e non c’è un unico futuro.
LA MOSTRA ROBERT WILSON. RITRATTI A PALAZZO MADAMA

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L’attività di Palazzo Madama sui social network: alcune riflessioni

A partire dal 2010, Palazzo Madama ha gradualmente cominciato a costruire una propria presenza sul web e sui social network, cercando di sfruttare le potenzialità comunicative e relazionali insite nel web 2.0 per ampliare e diversificare le opportunità di partecipazione da offrire ai suoi pubblici. Coerentemente con questo approccio sperimentale e innovativo, parte dell’attività di ricerca da me condotta nell’ambito del Master dei Talenti della Società Civile 2011-2012 è stata impiegata per analizzare e contestualizzare l’attività web del museo.

Come si posiziona l’attività web di Palazzo Madama nell’ambito museale italiano?

Palazzo Madama è stato uno dei primi musei che in Italia ha attivato un proprio profilo sui diversi social network, vantando un primato per quanto riguarda Pinterest.
Se nel 2011 veniva denunciata una certa lentezza delle istituzioni culturali italiane a innovare le proprie attività di comunicazione sul web, si può dire che ad oggi il numero dei musei che in Italia si sta progressivamente avvalendo dei social network è in continuo aumento. Inoltre, il dibattito che ha animato la comunità dei professionisti negli ultimi mesi (si vedano ad esempio i contributi di A. Bollo, S. Caraceni e L. Bonazzi) e le recenti iniziative di alcune associazioni di settore quali ICOM Italia e l’Associazione Nazionale Piccoli Musei testimoniano come anche nel nostro Paese si stia progressivamente sviluppando una consapevolezza circa le potenzialità  insite in questi nuovi mezzi di comunicazione.

Quali sono state le cause che hanno portato i musei italiani ad adottare i social network con un certo ritardo rispetto all’estero?

Le concause che possono aver contribuito a un limitato utilizzo dei social network da parte dei musei italiani sono sicuramente molteplici: una mancanza di comprensione a livello dirigenziale delle potenzialità dei social network, una carenza di risorse umane, temporali ed economiche da investire nella gestione dei profili, il timore di perdere il proprio ruolo di istituzioni culturali autorevoli, suscitato soprattutto dal carattere informale dei social network e dalla potenziale esposizione a commenti negativi generati dagli utenti.

Un’acerba consapevolezza degli scopi e delle modalità di fruizione dei social network, abbinata a un atteggiamento di auto-promozione e a una produzione di contenuti digitali ritenuti poco rilevanti e godibili dagli utenti, può aver inoltre contribuito a creare – rispetto a musei di altri Paesi, soprattutto anglosassoni- un seguito di pubblico in alcuni casi ancora piuttosto limitato.

L'utilizzo dei social network (SN) da parte dei musei: fattori di criticità

Quali sono stati fino ad ora i punti di forza e di debolezza dell’attività di Palazzo Madama sui social network?

Palazzo Madama si è contraddistinto non solo per la precocità di utilizzo dei social network, ma anche per una certa originalità nel collegare le attività sul web con le iniziative in museo (si veda, ad esempio, l’iniziativa “I like…Palazzo Madama”, che ha ispirato anche altri musei italiani in occasione della Giornata Internazionale dei Musei 2012).

Nel corso dell’ultimo anno il numero di fan e il gradimento dei contenuti della pagina Facebook del museo sono pressoché raddoppiati, e il numero di follower del profilo Twitter dell’istituzione si è accresciuto con un ritmo sempre più veloce.

Nonostante ciò, bisogna rilevare come – secondo lo strumento automatico di analisi Museum Analytics – Palazzo Madama non rientri fra i primi musei italiani per numero di fan/follower su Facebook e Twitter. Il fatto che tra i musei maggiormente seguiti sui social network ci siano tendenzialmente le grandi istituzioni culturali e i musei d’arte moderna/contemporanea suggerisce come non solo il numero di visitatori fisici e la notorietà dei musei, ma anche la convergenza fra interesse verso le collezioni del museo ed effettivo utilizzo dei social network da parte degli utenti possano rivestire un ruolo importante nel determinare il “successo quantitativo” dell’attività web di un’istituzione culturale.

Indipendentemente da questi elementi esterni, l’elaborazione di contenuti ritenuti interessanti dagli utenti è un elemento fondamentale per creare e mantenere nel tempo una relazione con i propri fan/follower. Sempre secondo la classifica stilata da Museum Analytics, nell’ultimo anno i contenuti pubblicati da Palazzo Madama su Facebook e soprattutto su Twitter sono risultati essere frequentemente fra quelli maggiormente apprezzati e condivisi dal pubblico.

Cosa si può concludere a partire dall’analisi empirica dell’attività e della partecipazione suscitate da Palazzo Madama sui social network?

Il caso di Palazzo Madama sembra suggerire come l’utilizzo dei social network, se orientato a valorizzare i contenuti culturali e il contributo costruttivo del pubblico, possa rappresentare per le istituzioni culturali non una minaccia per la propria autorevolezza, ma anzi una preziosa opportunità per estrinsecare la mission culturale anche al di fuori delle mura fisiche degli edifici. Resterà da determinare se, proprio grazie a questi mezzi di comunicazione fino ad ora ritenuti non convenzionali, si assisterà in futuro non solo a un aumento e a una diversificazione dell’audience dei musei, ma anche alla creazione di un rapporto sempre più intenso fra pubblici e istituzioni culturali. Basato sulla reciproca fiducia.

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Verso un nuovo profilo social: Instagram

L’applicazione Instagram, lanciata nell’ottobre 2010 da Kevin Systrom e dal suo gruppo di lavoro, permette agli utenti di scattare foto, applicare  filtri, e condividere immediatamente gli scatti sui principali social network.

Il punto di forza di questa app non è una migliore qualità della risoluzione, che è stata addirittura abbassata per permettere agli utenti un up-load immediato e veloce sui social, ma la semplicità d’utilizzo e, soprattutto, di essersi posta solo come uno strumento sharing di fotografie e non un nuovo social network (“Instagram is popular because it only does mobile photo sharing“), (I can’t think of one which has given me more pleasure than Instagram, it’s an important enough part of my life ).

Le grandi aspettative degli utenti, I am getting excited about a brand new offering called Instagram, non sono state tradite e a meno di un mese dal lancio dell’applicazione le opinioni sui blog sono concordanti nel ritenere Instagram “is a much more interesting photo app to spend time with on my phone than Facebook.  

Il  successo oggi 

In un mondo in cui i cellulari e la tecnologia sembrano essere capillarmente diffusi e dove si vuole condividere sui social ogni avvenimento importante, Instagram potrebbe essere considerato come una forma di poesia fatta immagine dove l’istante è perfettamente catturato ed eternamente vivo.   Nel 2011 (fonte http://gigaom.com/2011/12/22/smartphones-killing-point-and-shoots-now-take-almost-13-of-photos/ ) il 27% delle fotografie è stato scattato da uno smartphone  , e la percentuale è cresciuta di 10 punti rispetto all’anno precedente, mentre le fotografie scattate con la macchina fotografica digitale sono diminuite dal 52% nel 2010 al 44% nel 2011.

Altri dati significativi si deducono dal lancio di Instagram su Android (http://blog.instagram.com/post/20411305253/instagram-for-android-available-now) , avvenuto nell’aprile 2012, con risultati strabilianti: più di 2000 download al minuto (http://gigaom.com/2012/04/03/instagram-the-android-effect/)  e 1 milione in 24 ore( http://gigaom.com/2012/04/03/instagram-the-android-effect/).  L’approdo su una nuova piattaforma ha così portato la comunità di Instagrammers a crescere ancora. Con più di 80 milioni di iscritti nel mondo l’applicazione, disponibile per iPhone e Android, sta cambiando il mondo dei social e il modo di condividere i propri istanti sul web.

Non solo singoli utenti ma anche Facebook ha colto il potenziale dell’app e l’ha comprata per 1 miliardo di dollari, nell’aprile 2012.( http://www.bbc.com/news/technology-17658264).  Le opinioni su questa operazione sono diverse ma le più comuni ritengono che Mark Zuckerberg, CEO di facebook, avesse timore che Instagram (http://www.bbc.com/news/technology-17658264) potesse in qualche modo sostituire il social network più diffuso nel mondo (955milioni di utenti), essendo Facebook usato principalmente per la condivisione delle fotografie . Oltre a ciò alcuni ritengono che con quest’azione si è cercato di rendere l’app di Facebook per smartphone migliore e più accattivante.( http://bits.blogs.nytimes.com/2012/04/09/facebook-acquires-photo-sharing-service-instagram/).

Nell’aprile 2012 Instagram ha deciso di rendere pubbliche e utilizzabili le API (Application programming interface) In questo modo sono nate numerose piattaforme web (Statigram o Webstagram e l’italiana Followgram) che consentono di condividere le proprie fotografie con il web e non semplicemente con gli Instagrammers. In questo modo è possibile accentrare i contenuti in un unico luogo on-line accessibile a tutti e di dare visibilità ai contenuti e, inoltre, si possono visualizzare le fotografie senza effettuare l’accesso sulla piattaforma.

Gli utilizzi di Instagram

 La strategia della partecipazione non è utilizzata solamente da singoli utenti, ma anche da brand di fama internazionale e no, che utilizzano tutte le piattaforme web per pubblicizzarsi.

campagna Armani

Un esempio sono le due case di moda italiane Armani (@armani) e Valentino (@maisonvalentino). Entrambe hanno creato un contest fotografico tra i loro followers e non solo, essendo l’iniziativa pubblicizzata sulle loro pagine web e facebook, invitando chi non l’avesse già fatto a scaricare l’app e a partecipare al concorso. Le fotografie degli utenti, uploadate con l’#hasthag richiesto, sono visibili attraverso le piattaforme di Followgram e Statigram.

Anche le organizzazioni non-profit (http://blog.instagram.com/post/8758032746/nonprofits-on-instagram) hanno utilizzato Instagram per connettersi con i loro sostenitori e per diffondere la loro missione e le attività svolte. Oceana (@oceana), una delle più grandi organizzazioni internazionali per la difesa degli oceani e del loro ecosistema, ha indetto un contest fotografico tra i vari Instagrammers in occasione della Giornata mondiale degli Oceani. Utilizzando il tag #ocean era possibile caricare i propri scatti, che si sarebbero aggiunti alle decine di migliaia già presenti nel web. Il mondo della comunicazione (http://blog.instagram.com/post/8757852684/getting-your-news-on-instagram) non ha potuto fare a meno di unirsi in questa grande comunità ed enti quali la NBC e la ABC World News hanno iniziato ad utilizzare Instagram per testimoniare avvenimenti particolari. Si possono trovare scatti di alluvioni o di incendi, ma anche fotografie fatte dagli utenti ai televisori mentre il presidente Obama annunciava al mondo la morte di Osama Bin Laden. (http://bits.blogs.nytimes.com/2011/05/02/online-an-urge-to-be-a-part-of-the-bin-laden-news/).

Musei e Instagram

#Guggenheim#bilbao

Anche il mondo della cultura si sta cimentando con questa applicazione, anche se gli esempi sono ancora pochi. Musei quali il MoMA, il Philadelphia Museum of Art, il San Francisco Museum of Modern Art (SFMoMA), la fondazione Solomon R. Guggeneheim, il British Museum e pochi altri, hanno deciso di rendere partecipe il pubblico in un modo diverso. Oltre a pubblicizzare eventi ed incontri nel museo e particolari delle opere, i musei hanno voluto far vedere al pubblico ciò che di solito non si può osservare: il backstage di una mostra. Dal concept, al montaggio al vernissage tutto viene documentato e condiviso immediatamente sulle piattaforme Instagram. Un’idea molto avvincente, già utilizzata anche su Facebook da alcune istituzioni, ma sempre di grande rilevanza.

Unica pecca è che pochissimi musei pubblicizzano direttamente nella propria pagina web o facebook l’utilizzo di Instagram e quindi la possibilità di seguire il museo secondo altri punti di vista.  Il Solomon R. Guggenheim ha su facebook un album “Instagram” in cui le fotografie nominate dagli utenti con l’hashtag #Guggenheim, compaiono on-line immediatamente.     Anche altri, come il Chicago History Museumo il SFMoMA, hanno una album facebook chiamato “Instagram” ma per visualizzare le fotografie si viene mandati sulla piattaforma esterna di Statigram. In altri musei, quali il MoMA o il British Museum, manca nel loro sito istituzionale il riferimento all’app e bisogna cercare direttamente nelle piattaforme esterne.

MAXXI, Dietro le quinte della mostra ModelliModels

In Italia c’è il MAXXI di Roma ,  insieme alla nuova entrata del 29 ago 2012 de La Venaria Reale, che è l’unico in Italia ad avere un profilo su Instagram. L’utilizzo dell’app è direttamente pubblicizzato nel sito istituzionale del museo e, accanto ai link per facebook, twitter, flickr e youtube, ha posto anche il collegamento per Instagram. Il MAXXI utilizza l’app per far conoscere al suo pubblico la parte più nascosta del museo, ovvero la preparazione e la realizzazione di una mostra, e non solo. Attraverso le fotografie vengono documentate le diverse fasi fino all’inaugurazione; un modo nuovo e interattivo per coinvolgere i followers.  

Altre piccole realtà culturali hanno iniziato ad utilizzare l’applicazione; un esempio è a Venezia con l’Art Night , giugno 2012, in cui i partecipanti erano invitati a scattare fotografie alle manifestazioni, taggandole con l’#hashtag richiesto. In questo modo gli scatti venivano proiettati in tempo reale a Ca’ Foscari e anche sui social network della serata.

A Reggio Emilia (http://gadget.wired.it/news/outdoor/2012/06/11/instalife-la-vita-in-mostra-e-in-diretta-345566.html) è stato ideato un grande evento partecipativo, una sorta di mostra fotografica collettiva, dinamica fatta dal popolo di Instangram. Anche qui gli scatti erano proiettati in tempo quasi reale sugli schermi dei televisori; era necessario taggare la fotografia con l’#hashtag richiesto e gli istanti di vita comune, titolo del progetto, erano condivisi e visibili da tutta la comunità, virtuale e reale.

my world shared

La prima mostra di scatti fotografici di Instagram è quella che si terrà a Londra il 22 ottobre presso gli spazi della East Gallery. Titolo dell’esposizione è My world shared  e ospiterà solamente fotografie scattate e modificate con Instagram.

Ancora un esempio del legame tra arte e Instagram è quello del progetto, iniziato nel 1967, da Yoko Ono (http://www.smilesfilm.com/); bisogna scattare un foto di sé stessi e taggarla con #smilesfilm, in modo tale che l’artista possa recuperare gli scatti utili  per la produzione di un filmato, in continua evoluzione.

Le piattaforme web

I musei che utilizzano l’app Instagram sono presenti su tutte e tre principali piattaforme che utilizzano le API rilasciate da Instagram, che permettono di visualizzare le fotografie.

Statigram, Webstagram e Followgram consentono anche ai non iscritti ad Instagram di visualizzare le fotografie, ma per commentare o per lasciare un like è necessaria l’iscrizione.

Le realtà museali e non utilizzano indifferentemente una delle tre piattaforme, poiché tutte hanno le stesse funzioni e i commenti fatti su una delle tre in automatico compaiono anche sulle altre. Ma l’italiana Followgram presenta alcune caratteristiche che potrebbero essere utilizzate dai musei in modo vincente, come fanno già i grandi marchi di moda italiana. Questa piattaforma permette di creare album fotografici che racchiudono gli scatti di un particolare evento o di un particolare contest, come nei casi di Valentino e Armani sopra citati. Inoltre è possibile personalizzare la copertina, con una fotografia o con un dettaglio, come avviene per la nuova versione di facebook. In questo modo l’istituzione può, da una parte, organizzare meglio le fotografie, suddividendole e lasciandone altre “libere” nella homepage e, dall’altro, personalizzare la pagina di Followgram.

Palazzo Madama verso Instagram

http://followgram.me/palazzomadama/

Per un museo come Palazzo Madama, presente sui principali social network e con un blog molto attivo, l’utilizzo di Instagram potrebbe essere un ulteriore modo per coinvolgere il pubblico. Osservando le statistiche del 2011 è emerso come l’età media dei visitatori sia superiore ai 35 anni e di conseguenza l’utilizzo di Instagram potrebbe essere un modo per attirare un pubblico più giovane. (fonte: http://articles.latimes.com/2012/apr/11/business/la-fi-tn-facebook-is-paying-1-billion-for-the-instagram-app-teens-love-20120411). Inoltre sono in aumento, sempre secondo i questionari somministrati periodicamente ai visitatori, gli utenti che ritengono che il museo sia poco pubblicizzato, soprattutto sul web.

Una possibilità per mostrare un nuovo volto dell’istituzione potrebbe essere proprio questa app, che come tutti i mezzi di comunicazione necessita però di essere seguita. Da una parte il profilo potrebbe essere “aperto” o  “libero” e gli utenti potrebbero caricare direttamente le foto, ma dall’altro il museo deve comunque tenere alta l’attenzione del popolo di internet sulle sue attività e sulla sua vita. Un’occasione potrebbe essere la prossima mostra di Robert Wilson, con una galleria di fotografie del montaggio e un’altra legata ad un contest tra gli utenti.

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L’esperienza di stage di Susanna – Liceo C. Cavour

Il mio tirocinio formativo presso la Fondazione Torino Musei – Palazzo Madama

Nella prima quindicina di luglio ho svolto un tirocinio  formativo e di orientamento presso Palazzo Madama, organizzato dal Liceo Classico “C. Cavour” di Torino.

Lo stage prevedeva l’effettuazione di un’indagine osservante in merito al rapporto tra visitatori e percorso espositivo della mostra temporanea “Favole e Magie. I Guidobono pittori del barocco”.

L’obiettivo, in particolare, era quello di valutare i comportamenti del pubblico durante la visita museale, le modalità di fruizione delle opere esposte, l’utilizzo dei mezzi informativi e di comunicazione messi a disposizione dei visitatori.

L’opportunità che ho avuto di partecipare a questo stage è stata molto utile per la mia formazione. Ho effettuato questa ricerca in una prospettiva nuova per me: ho infatti avuto la possibilità di svolgere il mio compito con il supporto degli organizzatori della mostra e degli operatori museali, interagendo quotidianamente con il mondo del lavoro.

Ritengo questo aspetto molto importante, specie per gli studenti che non hanno facilemente la  possibilità di applicare concretamente sul campo la formazione teorica acquisita sinora nel percorso scolastico.

Il tirocinio si è svolto in un ambiente sereno e disponibile: il personale di Palazzo Madama è stato molto attento e pronto a risolvere ogni mio dubbio. Ringrazio in particolare il mio Tutor aziendale,  D.ssa Anna La Ferla, Responsabile dei Servizi Educativi della Fondazione Torino Musei, e il docente del Liceo “C. Cavour” Responsabile del Progetto, Prof. Francesco Brucoli.

Un grazie infine alla D.ssa Irene Rubino, per la collaborazione prestata durante la ricerca da me svolta.

Susanna Licheri

SCARICA LA RICERCA DI SUSANNA LICHERI

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Esperienze in museo: Corso di Analisi del ricamo antico

 

IL RICAMO: CONOSCERE, PARTECIPARE. CORSO DI ANALISI DEL RICAMO ANTICO

Il corso, tenutosi a maggio, ha registrato la partecipazione di 30 iscritti (restauratori, studenti e laureati in storia dell’arte, nel settore della moda e del design, appassionate ricamatrici), ripartiti in due sessioni. I materiali del corso sono stati offerti dallo sponsor Coats Cucirini e dalle Telerie Graziano.

Thessy Schoenholzer Nichols

Thessy Schoenholzer Nichols ha insegnato in primis a guardare il manufatto ricamato nella sua complessità, distinguendo le caratteristiche del fondo da quelle del ricamo, considerando con attenzione i filati usati e cercando di intuire uso e destinazione dell’oggetto.

Si è poi passati all’analisi delle diverse famiglie dei punti di ricamo, dai punti unidimensionali (il punto filza, il punto erba) a quelli bidimensionali, avvolgenti (i punti diagonali), a quelli costituiti da incroci o da catene, sempre realizzandoli con l’ago sul proprio canovaccio, in modo da comprendere il movimento fatto dal filo e vederne sempre il rovescio. Molti punti, infatti, ad una prima osservazione possono apparire uguali, ma vedere come appare il retro del lavoro permette di distinguerli con chiarezza (il punto lanciato e il punto piatto, ad esempio).

Attraverso la proiezione di immagini, si è visto l’uso del ricamo nella storia occidentale, diverso a seconda dei luoghi, dei tempi, delle destinazioni d’uso. Anche le modalità di lavoro sono state illustrate: il passaggio dal disegno su carta al tessuto (in genere a spolvero), l’uso del telaio, la scomposizione del lavoro e il suo montaggio finale, nel caso delle botteghe professionali di ricamo.

L’ultimo giorno è stato dedicato all’esercitazione di analisi su ricami del museo, confrontandosi con la complessità del manufatto antico, con le difficoltà che aggiungono l’alterazione e l’usura dei filati, la coesistenza di tecniche diverse, la presenza spesso di integrazioni o rifacimenti successivi. Grande è stata l’emozione nell’osservare da vicino la precisione pittorica ottenuta con il punto spaccato per eseguire i visi dei santi nei ricami liturgici quattrocenteschi, o nell’avvertire la raffinatezza dell’or nué, dove l’oro, invece di essere esibito sfacciatamente, è velato da punti di seta più o meno fitti e traspare solo attraverso lumeggiature e colpi di luce.

Molto interessante è risultata anche l’analisi di manufatti all’apparenza semplici, quali federe o tovagliette del XVI-XVII secolo, dove si ritrovano spesso anche inserti in merletto, cordoncini, nappe e bottoni in filo intrecciati e applicati.

Maria Paola Ruffino, conservatore

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La nuova timeline di Facebook

Dal 30 marzo tutte le pagine pubbliche di Facebook, così come le pagine personali, passano alla nuova configurazione “Timeline“. Gli amministratori delle pagine hanno avuto circa un mese di tempo per imparare a usare le nuove funzionalità, ma soprattutto per mettere a punto la nuova grafica e sfruttare i nuovi strumenti che la piattaforma mette a disposizione. Come sempre i cambiamenti portano con sé vantaggi e difficoltà, vediamo quali e come li abbiamo affrontati per la pagina istituzionale di Palazzo Madama.

La vecchia visualizzazione della bacheca

La nuova impostazione “diario” cambia radicalmente l’aspetto della pagina Facebook. Al posto della consueta bacheca, sulla quale le notizie si susseguivano e sparivano con lo stratificarsi dei nuovi post, sul diario tutto rimane navigabile sempre.

La barra laterale con la cronologia della pagina rende infatti possibile la navigazione a ritroso nel tempo, permettendo agli utenti di leggere nel passato dell’istituzione. Secondo la volontà degli sviluppatori di Palo Alto, la navigazione temporale dovrebbe favorire lo sviluppo di una narrazione diacronica,  non più giustapposta. Per le pagine si tratta dunque di una sfida: abbandonare l’uso di Facebook quale “megafono” per annunciare eventi, e sfruttarlo nella sua piena potenzialità di strumento per lo storytelling. Come spiegato su Mashable da Ian Schafer, ceo di Deep Focus, agenzia di marketing e social media, la sfida per i brand sarà quella di raccontare delle storie, e non semplicemente lanciare degli aggiornamenti.

Il nuovo diario del New York Times

Facebook propone, come data di inizio del diario, quella della nascita sulla piattaforma della pagina; ma per il New York Times, poter gestire la linea del tempo ha voluto dire caricare sulla pagina l’archivio della testata, dall’inizio dell’Ottocento.

Forti del lavoro svolto qualche tempo fa in occasione dello stage di Chiara Speziali, che aveva creato sul sito di Palazzo Madama una completa e stimolante timeline ricca di contenuti, notizie e curiosità, abbiamo deciso di fare nostra l’idea del NYT, impostando anche per Palazzo Madama una navigazione cronologica che parte dalla sua nascita, nel 1863.

Scompare, nella nuova gestione, la possibilità di creare apposite landing pages (pagine di arrivo) sul profilo Facebook. Tutti i fan e gli utenti atterranno sulla pagina del diario. Diventa dunque importante che l’aspetto della pagina sia curato e trasmetta immediatamente il messaggio-chiave legato all’istituzione. La nuova copertina, l’immagine in cima alla pagina, di grandi dimensioni (845×315 pixel), è la prima cosa che i fan e i nuovi utenti vedranno. Abbiamo a lungo meditato su quale tipo di immagine scegliere: un’opera significativa delle collezioni, un’immagine del palazzo e delle sue decorazioni, un’immagine del nostro pubblico. Infine abbiamo deciso, in linea con la nostra prassi, di condividere con gli utenti la scelta: abbiamo creato su Facebook una galleria di 13 immagini significative di opere del museo, decorazioni ed architettura facendo votare ai fan la loro immagine preferita; contestualmente abbiamo creato un evento in museo, che si terrà il primo martedì gratuito di ogni mese a partire dal 3 aprile , per invitare i fan a fotografarsi con la loro opera preferita: una volta al mese, una delle foto dei fan diventerà la copertina della nostra pagina.

Un evento a budget zero pensato per i fan di Facebook

L’idea di creare un evento a “budget zero” per lanciare la nuova timeline è stata dettata dalla contingenza del momento, ma anche dal desiderio, perseguito da tempo, di creare eventi che mettessero in connessione la vita “fisica” del museo con quella “virtuale” sui social. Speriamo che la risposta sia entusiasta, lo scopriremo insieme nelle prossime settimane.

Infine, le nuove tab e i traguardi. La banda orizzontale subito sotto la copertina del diario ospita le vecchie tab, che oggi corrispondono alle applicazioni collegate alla pagina. Oltre a quelle in normale dotazione della pagina, quali foto, eventi, luoghi, è possibile aggiungerne di nuove. Le app appositamente create per le pagine sono ancora poche: per esempio non è ancora possibile collegare alla timeline del profilo l’applicazione di Pinterest, che integra i pin nella timeline. Per il momento abbiamo risolto con un iframe, creando cioè una pagina html statica, che riprende il nostro profilo Pinterest all’interno della tab (abbiamo usato l’applicazione Woobox ). Ci auguriamo che sviluppatori italiani si dedichino alla creazione di app appositamente pensate e create per i musei e le istituzioni culturali.

I milestone sono invece i post che è possibile mettere in particolare evidenza lungo la nostra linea del tempo: eventi particolarmente importanti che vogliamo tenere in primo piano, traguardi significativi per la storia del museo. Con la funzione “sempre in primo piano”, si potranno poi mettere determinati post, scelti dall’amministratore, sempre in cima alla pagina: un’occasione per tenere in evidenza eventi quali mostre o appuntamenti di particolare rilievo.

Aspettiamo commenti e scambi di idee, e, naturalmente, anche le vostre foto con il nostro Thumb analogico.

Il "thumb" analogico

link

http://mashable.com/2012/02/29/facebook-timeline-for-pages/

http://mashable.com/2012/02/29/facebook-brand-timelines-changes-marketing/

http://www.thenorthblog.com/2012/03/timeline-for-brand-pages-10-things-you-need-to-know-right-now/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/03/facebook-racconto-darchivio-timeline/195363/

http://daily.wired.it/news/internet/2012/03/01/facebook-timeline-pagine-13587.htmlutm_source=facebook&utm_medium=marketing&utm_content=internet

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MARKETING E MUSEI

Questo post inaugura la collaborazione con un nuovo autore: Alessandro Isaia, responsabile comunicazione, web e marketing della Fondazione Torino Musei. Alessandro ci parlerà di strategie e casi studio, portando esempi teorici e pratici di cosa vogliono dire le parole “marketing” e “comunicazione” per un’istituzione culturale.

Chi opera nel settore museale sente spesso ripetere che, per far fronte alla crisi di risorse che attanaglia l’intera economia, e dunque anche la cultura, i musei devono “fare più marketing”. Poiché però sono ancora pochi i musei italiani dotati di strategie e professionalità specifiche, il risultato è che molto spesso, si prendono in prestito da altri settori, dove il marketing è scienza economica ben strutturata, pratiche che non sempre sono adatte ad ottenere i risultati attesi. Pensare che una pratica efficace per incrementare la vendita di un prodotto, ad esempio un libro, sia altrettanto efficace per la vendita di un altro, ad esempio una mostra, soltanto perché entrambe sono prodotti culturali è un po’come dire che il calcio e la pallavolo sono la stessa cosa. Entrambe si giocano con la palla, ci sono due squadre e si deve fare almeno un punto in più dell’altra per vincere. Peccato che se un giocatore di calcio schiaccia la palla con la mano nel campo altrui, non solo non fa punto, ma viene punito con il cartellino giallo, così come se un giocatore di pallavolo calcia la palla in rete, addirittura il punto va all’altra squadra…Insomma, per proseguire con la metafora sportiva, è innanzitutto fondamentale capire le regole del gioco e tutto ciò che potrebbe condizionare la performance, verificare i punti di forza e di debolezza della propria squadra e quelli della squadra avversaria e soltanto a quel punto si può individuare la strategia migliore per tentare di vincere.

Kotler Neil; Kotler Philip, Marketing dei musei. Obiettivi, traguardi, risorse. Einaudi 2004

  Si tratta, pertanto di adottare anche in ambito museale quegli elementi fondamentali che stanno alla base della teoria del marketing e che sono ben descritti nel sempre attuale testo (almeno nella sua parte teorica), Marketing dei Musei di Neil e Philip Kotler.

Cerchiamo pertanto di capire cosa si intende esattamente con il termine Marketing: significa letteralmente “piazzare sul mercato” e comprende quindi tutte le azioni riferibili ad esso destinate al piazzamento di prodotti, considerando come finalità il maggiore profitto e come causalità la possibilità di avere prodotti capaci di realizzare tale operazione finanziaria.

La teoria, inoltre, sottolinea l’importanza di due fasi propedeutiche alla definizione di una qualsiasi strategia: la prima riguarda l’analisi dell’ambiente in cui si opera e dunque dei fattori che potrebbero influenzare una qualsiasi azione, la seconda riguarda invece la massima chiarezza nella definizione della missione e dei traguardi che si intendono raggiungere.

Bisognerà pertanto considerare e valutare l’ambiente interno (consiglio direttivo, direttore, staff, ecc.), l’ambiente del mercato (visitatori, membri, media ecc. con i quali il museo lavora per realizzare la propria missione), l’ambiente normativo (enti governativi, normativi e di accreditamento con i quali il museo si relaziona per l’attuazione o la definizione di norme o regolamenti), l’ambiente concorrenziale (i gruppi e le organizzazioni che competono con il museo in termini di pubblico e risorse) e in ultimo l’ambiente generale (le forze e le condizioni demografiche, economiche, tecnologiche, politiche e sociali che modellano le opportunità e le minacce che il museo deve affrontare ma che esulano dal suo controllo).

Altra analisi fondamentale (che spesso viene sottovalutata) è quella riguardante punti di forza e di debolezza del museo. I punti di debolezza possono diventare punti di forza se vi è la capacità di analisi e di riorganizzazione di un intero processo. Terminata la fase di analisi si dovrebbe passare, come si diceva, all’individuazione della missione e dei traguardi.

La missione è ciò che risponde alla domanda: qual è lo scopo della nostra organizzazione? Cosa vi è di specifico in ciò che facciamo? Da non confondersi con la visione che invece è ciò che il museo vuole essere o diventare.

Definita la missione, l’organizzazione dovrebbe, a questo punto, individuare gli obiettivi specifici (ad esempio l’incremento dei visitatori, l’espansione delle collezioni, il miglioramento dei servizi, l’incremento degli sponsor, ecc.) e dare ad essi una scala di priorità e una tempistica di realizzazione, componendola con il frutto delle analisi precedentemente svolte.

A questo punto, gli obiettivi dovrebbero essere riformulati in termini operativi e quantificabili, comunemente definiti traguardi. Senza dei traguardi precisi (incremento del 10% dei visitatori?, ecc.) non è possibile individuare le strategie necessarie per raggiungerli e soprattutto non è possibile misurare l’efficacia delle azioni che si andranno ad implementare. Tutto ciò deve portare all’elaborazione di un progetto organizzativo, ovvero quel processo che accorda la struttura, lo staff e la cultura organizzativa di un piano strategico generale. Tale fase dovrebbe coinvolgere tutte le figure professionali operanti nel museo (dal conservatore al responsabile marketing) e quasi obbligatoriamente, nell’applicazione di una strategia nuova, si rende necessaria una nuova organizzazione della struttura.

Museo Samsung, foto by http://www.tomshw.it/cont/articolo/samsung-visita-al-museo-dell-evoluzione-tecnologica/26238/1.html

Questo, in estrema sintesi, è l’approccio che si dovrebbe tenere nel momento in cui un museo decidesse di “fare più marketing”. E’ piuttosto palese che, come sempre, dalla teoria alla pratica le cose cambiano e molto…In linea di massima le difficoltà maggiori sono legate alla relativa distanza che ancora esiste tra mercato (o marketing) e musei e dalla poca commistione tra il mondo della cultura e quello dell’impresa. Quando si tenta di avvicinarli senza un’analisi critica, spesso si opera una forzatura e i risultati sono scarsamente efficaci. Probabilmente bisognerebbe partire dal presupposto che un museo, in quanto tale, ha il pubblico come destinatario delle proprie attività, esattamente come qualsiasi attività di marketing prevede l’esistenza di un compratore. In pratica, pertanto, tutto ciò che fa un museo è marketing poiché destinato ad un mercato, seppur con un’accezione diversa da quella prettamente economica. Inoltre non si può dimenticare che sempre di più, oggi, i musei sono strutture complesse e come tali andrebbero organizzati. Le competenze sono sempre più specifiche e i saperi si intrecciano e si completano. Più che dire, pertanto, che un museo “deve fare più marketing” bisognerebbe comprendere come un museo può oggi modificare il proprio modello organizzativo. Sicuramente, in tal senso, un processo di contaminazione con altri modelli, apparentemente più distanti, operato senza mai perdere di vista la propria storia e la propria missione, è il primo passo per evitare di rimanere ai margini di un cambiamento che sta interessando tutti gli ambiti della società moderna.

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Cinque domande a…

Maurizio Vivarelli @mvivarelli

Professore di archivistica, bibliografia e biblioteconomia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Torino. Dal 1999 al 2007 ha diretto il Servizio biblioteche e attività culturali del Comune di Pistoia, coordinando le attività collegate alla inaugurazione della nuova Biblioteca San Giorgio. Membro del comitato di direzione della rivista «Culture del testo e del documento», del comitato scientifico del «Bollettino AIB», del comitato direttivo della Società italiana di bibliografia e biblioteconomia. Ha pubblicato di recente Un’idea di biblioteca. Lo spazio bibliografico della biblioteca pubblica. Manziana, Vecchiarelli, 2010.

 

  1.  Professor Vivarelli, nel suo lavoro si è spesso occupato  del rapporto tra tecnologia e memoria,  con riferimento particolare al ruolo delle biblioteche, degli archivi, dei musei, che si occupano della conservazione e della gestione della memoria culturale.  Quali sono gli strumenti tecnologici che, a suo parere, possono favorire la connessione e la integrazione tra queste istituzioni della memoria?

Credo che, prima ancora degli strumenti, sia necessario, oggi più che mai, una riflessione articolata, approfondita, interdisciplinare sulla ‘memoria’, e sulla ‘memoria culturale’ in particolare. Lo sviluppo impetuoso delle tecnologie dell’informazione, nel corso degli ultimi anni, ha messo in crisi alcuni dei concetti fondamentali su cui si fondano le pratiche disciplinari della biblioteconomia, dell’archivistica e della museologia, primo tra tutti il concetto di ‘documento’: oramai non è così chiaro quali siano gli oggetti culturali cui attribuire caratteri, più o meno forti e spiccati, di documentarietà. In ogni caso credo che potrebbe essere molto utile ed importante lavorare alla sperimentazione ed alla progettazione di tecnologie che sappiano radicarsi nello spazio culturale delle istituzioni della memoria, e che permettano di capire meglio quali relazioni interpretative si situino tra le intenzioni di chi ‘ordina’ lo spazio delle istituzioni della memoria e quelle di chi quello spazio lo recepisce e lo utilizza.

2.      Oggi le istituzioni culturali, insieme all’economia globale del paese, sono strette in un crunch quasi mortale, tra tagli di fondi, razionalizzazioni e perdita di pubblico. Qual è, secondo lei, la strategia da seguire per continuare a pianificare sul lungo periodo, e quali obiettivi indicherebbe come imprescindibili per il prossimo biennio?

 Direi, in primo luogo, che non serve a nulla piangersi addosso. Biblioteche, archivi, musei, devono anzitutto prender atto del contesto certamente non favorevole entro il quale si situano, ed all’interno del quale si profilano purtroppo insidie e rischi ancora più problematici di quelli che investono gli istituti cui è affidata la gestione e la valorizzazione della memoria culturale. Nel breve periodo che credo che la cooperazione e la collaborazione tra istituti possano garantire risultati significativi; nel medio periodo credo invece che sia indispensabile la messa a punto, e la condivisione, di modelli interpretativi radicalmente nuovi. Quanto agli obiettivi credo che gli istituti della memoria e più in generale della cultura debbano in primo luogo far percepire, e comunicare, l’imprescindibile rilevanza della propria identità; poi che sappiano meglio integrare le proprie risorse documentarie ed infine che si attrezzino meglio per governare una complessità sempre crescente.

 3.      Parliamo di futuro, e dunque di formazione: che consiglio darebbe a un giovane che oggi si sta formando per lavorare nel settore culturale?

Gli consiglierei, come faccio quotidianamente con i miei studenti, di cercare di coltivare la tenacia e la pazienza che servono per situarsi, criticamente e consapevolmente, in ambienti culturali ed organizzativi che hanno alle spalle una storia complessa, e che in questo periodo sono caratterizzati tra trasformazioni radicali, molto rapide, e rispetto alle quali è difficile fare previsioni. Dunque anzitutto studiare, tanto e con impegno, cercando nello stesso tempo di far crescere orientamenti ed atteggiamenti che valorizzino le proprie peculiari attitudini.

4.      Professioni: la carta ICOM  è, fino ad oggi, l’unico documento che stili un elenco ragionato relativamente ai musei. Qual è la situazione delle biblioteche? Secondo la sua esperienza sarebbe necessaria una revisione delle professioni della cultura?

 La situazione nel campo delle biblioteche non dispone di uno strumento di orientamento analogo, e credo che realizzarlo sarebbe senz’altro molto utile. Ma, soprattutto, credo che sarebbe importante impostare un ragionamento, ampio ed articolato, che rispetto ai temi della formazione di base ed a quella tecnico-disciplinare sappia far dialogare in modo costruttivo università, associazioni professionali, Stato ed enti locali. Se non riusciamo a costruire una filiera formativa integrata è poso probabile che si possano ottenere risultati importanti.

 5.      Tre consigli per i nostri lettori: un museo da visitare, un libro da leggere, una rivista o blog da seguire:

 Direi il Museo Galileo di Firenze, che di recente ha profondamente innovato il modo di comunicare collezioni e temi di straordinario rilievo. Tra i libri direi Ricordare, dimenticare, perdonare di Paul Ricoeur (Il Mulino, 2004), fondamentale secondo me per capire la complessità e la ricchezza della memoria. Quanto ai blog ne seguo molti, anche se in modo piuttosto irregolare. Ce ne sono molti di interessanti, come Finzioni (http://www.finzionimagazine.it/about/), o Books Blog (http://www.booksblog.it/).

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Le interviste ai visitatori di “Sarà l’Italia” (II parte) – coinvolgimento e livello di soddisfazione

Sarà l’Italia ha voluto facilitare nei visitatori il sorgere di un senso di immersione nel passato basato su un allestimento storicamente fedele e una serie di informazioni  e opportunità di interazione aggiuntive.

Le risposte date dagli intervistati hanno fatto emergere come l’estetica della ricostruzione abbia riscosso un elevato livello di consenso: essa è infatti stata notevolmente apprezzata dal 91% degli 85 visitatori a cui è stata posta questa domanda.

L'estetica della ricostruzione dell'aula del Senato è stato l'elemento più apprezzato dagli intervistati

La ricostruzione è stata inoltre capace di suscitare un certo coinvolgimento emotivo, come suggerito dalla percentuale di visitatori che hanno dichiarato di aver provato una sensazione di stupore e meraviglia una volta entrati nella Sala del Senato (26% “abbastanza” e 69% fra “molto” e “moltissimo”).

Una vera e propria esperienza di immersione nel passato è stata vissuta invece da una percentuale inferiore – ma comunque consistente- di visitatori: il 35% ha infatti dichiarato di aver provato “molto” la sensazione di trovarsi in epoca risorgimentale, il 12% “moltissimo” e il 31% “abbastanza”. Per la quasi totalità degli intervistati (97%), la visita della mostra meriterà comunque di essere ricordata in futuro.

La grande maggioranza degli intervistati ha dichiarato di aver arricchito le proprie conoscenze storiche a seguito della visita della mostra; chi ha dato una risposta negativa ha specificato di “saperne già abbastanza” o di “aver trascorso poco tempo nell’aula”, riconducendo pertanto un limitato livello di apprendimento alle proprie conoscenze pregresse o all’agenda di visita. La qualità degli audiovisivi e della documentazione non è invece mai stata citata come un elemento che abbia scoraggiato un’eventuale volontà di approfondimento.

Le attività maggiormente compiute nell’ottica dei visitatori intervistati sono state, nell’ordine: osservare l’aula (100%), prestare attenzione agli audiovisivi (92%), sedersi sui sedili ricreanti i seggi dei senatori (79%), manipolare gli oggetti presenti sugli scranni (69%), consultare i fascicoli di approfondimento (60%), la guida alla visita (53%) e la documentazione presente sui tavoli centrali (45%). Complessivamente, emerge dunque come le aree di attività più frequentemente svolte siano state, nell’ordine: osservazione – svolgimento di attività motorie/manipolative – attività di lettura. Questa tendenza – sebbene con percentuali inferiori- è stata rilevata anche durante le indagini osservanti.

La conversazione instaurata al momento dell’intervista e i commenti liberi lasciati dagli intervistati hanno fatto emergere come alcuni individui (7% degli intervistati che hanno visitato la mostra nel giorno dell’indagine) non si siano seduti sui sedili o non abbiano manipolato gli oggetti perché non consapevoli di questa possibilità: un dato di cui si dovrà tenere conto per gli allestimenti futuri.

L’aggettivo selezionato più frequentemente dagli intervistati per descrivere l’esperienza in mostra è stato “istruttiva” (68%), seguito da “affascinante” (49%) e “piacevole” (38%).

Infine si può concludere affermando come i visitatori abbiano ampiamente apprezzato “Sarà l’Italia”: il 94% degli intervistati si è infatti dichiarato soddisfatto, con una percentuale di “decisamente soddisfatti” del 78%.

E voi quali sensazioni avete provato nella Sala del Senato? Vi sembra che la mostra vi abbia fatto capire o conoscere qualcosa di nuovo? Siete stati soddisfatti della visita?

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