L’esperienza di stage di Andrea | Palazzo Madama
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L’esperienza di stage di Andrea

Martedì, 15 Ottobre, 2013

«Sto aprendo le casse della mia biblioteca. Già. Dunque non è ancora disposta sugli scaffali, ancora non ravvolge la lieve noia dell’ordine. Né io posso incedere lungo le sue file schierate, per passarle in rivista al cospetto di un benevolo uditorio. Lorsignori non hanno a temere tutto questo. Devo pregarli di seguirmi nel disordine delle casse aperte, nell’aria satura di polvere di legno, sul pavimento coperto di brandelli di carta, tra le pile di volumi appena riportati alla luce dopo due anni di tenebra, per poter in qualche misura condividere fin dall’origine lo stato d’animo, niente affatto elegiaco, teso e ansioso piuttosto, che essi suscitano in un autentico collezionista. Poiché tale è colui che a lorsignori parla – tutto sommato non parlando d’altro che di sé stesso. Non sarebbe forse da presuntuosi enumerare qui, ostentando un’apparente obiettività e spassionatezza, gli esemplari o le sezioni più importanti di una biblioteca, o esporre la storia del suo formarsi, o addirittura la sua utilità per lo scrittore?»

Walter Benjamin, Aprendo le casse della mia biblioteca

Le parole del filosofo e critico letterario Walter Benjamin descrivono in maniera originale l’emozione del collezionare: tutti noi l’abbiamo provata almeno una volta nella nostra vita e non importa se raccoglievamo modellini di automobili, antichi dipinti o, come in questo caso, semplicemente libri. Per fortuna le «casse» del nostro passato non sono irrimediabilmente sigillate, le conserviamo in cantina e possiamo riaprirle quando vogliamo. Era gennaio quando il Professore mi propose il tirocinio qui, a Palazzo Madama: si stava preparando la mostra, che avrebbe inaugurato a giugno, sul collezionista d’arte russo (ma parigino d’adozione) Alexander Petrovich Basilewsky (1829-1899) e sarebbero giunti a Torino ottantacinque oggetti della sua collezione, oggi di proprietà dell’Ermitage di San Pietroburgo.

Studio storia dell’arte all’Università di Torino e mi laureerò in Storia della Miniatura. Nel periodo trascorso al Museo ho assistito Simonetta Castronovo e Cristina Maritano, conservatori per arti decorative, codici miniati e lapidario medievale, che hanno coordinato i lavori della mostra. I loro preziosi insegnamenti e la ricerca in biblioteca, al fine di acquisire conoscenze sugli oggetti che sarebbero giunti a Torino, si sono rivelati estremamente formativi e mi hanno permesso di seguire da vicino la preparazione del catalogo dell’esposizione. In un secondo momento ho lavorato alla promozione della mostra sui social media, seguito da Carlotta Margarone, responsabile dei servizi di documentazione, comunicazione e web: ho così compilato un breve glossario con  termini tecnici dell’arredo liturgico e alcune tecniche dell’arte medievale e ho raccolto immagini utili a ricostruire il contesto in cui visse Basilewsky e l’entità della dispersione della sua collezione (solo parte degli oggetti che acquisì appartengono oggi all’Ermitage).

La mostra descrive in modo completo la figura del collezionista e ne evidenzia gli aspetti di maggiore originalità, come l’interesse per l’arte paleocristiana e bizantina ben prima che gli studiosi della scuola di Vienna rivalutassero i cosiddetti "secoli bui". Non stupisce che l’unico testo che, oltre al catalogo della collezione pubblicato nel 1874, reca la sua firma, riguardi proprio quei periodi: è un articolo su un piatto d’argento a soggetto sacro, oggi all’Ermitage (settore dedicato all’arte orientale), pubblicato nel 1875 sulla Gazette des Beaux-Arts. Raffigurante una coppia di angeli ai lati della Croce, simbolo di Cristo, rinvenuto in Siberia ed entrato in collezione Stroganoff tra gli anni Sessanta e Settanta dell’Ottocento, il piatto venne acquistato dal museo di San Pietroburgo nel 1911. Riconoscendone l’origine a Bisanzio, Basilewsky ne argomenta la datazione con grande passione e numerosi confronti e, come più tardi Charles de Linas, ne esclude una datazione tarda, all’ottavo secolo: gli studi novecenteschi (ai quali mi ha gentilmente introdotto Lidia Fiore, che studia un argento della collezione Gualino) confermano queste ipotesi e, anche grazie a nuovi ritrovamenti, forniscono confronti in Terra Santa. La riflessione di Basilewsky è invece tutta occidentale e dimostra una volta ancora l’ottima conoscenza del patrimonio artistico italiano. Lavorare alla realizzazione della mostra ha rappresentato l’occasione per conoscere problemi e opportunità della tutela del nostro patrimonio culturale, ha confermato l’importanza della formazione pratica e il valore sociale della professione dello storico dell’arte. Per questa possibilità ringrazio tutto lo staff del museo e in particolare Simonetta, Cristina e Carlotta. Il collezionista di Meraviglie. L’Ermitage di Basilewsky determina un progresso della conoscenza, dialoga vivacemente con le collezioni permanenti e con la storia del Museo Civico e, non meno importante, consolida i rapporti con il museo di San Pietroburgo.

Insomma, un motivo in più per venire al Museo!

Andrea Cravero