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Anteriore al 1951
legno, tessuto
1854/L
Lunghezza: 65,5 cm, Larghezza: 12,5 cm
Mantice a quattro vasi
terra sigillata tarda regionale
Mantice a quattro vasi
Mantice di legno a patina scura composto da quattro recipienti, parzialmente ricoperti di tessuto. Nel tessuto di copertura di uno dei recipienti è innestata una bacchetta. Una seconda bacchetta, originariamente inserita in un secondo recipiente, è staccata dall'oggetto. Il mantice è sormontato da un volto umano inciso.



L’oggetto può essere di produzione Luba o Songye, due gruppi di lingua Bantu che vivono in un vasto territorio dell’odierna Repubblica Democratica del Congo meridionale. I Songye, culturalmente vicini ai Luba, hanno intrattenuto con essi numerose relazioni che hanno contribuito alla creazione di una produzione di oggetti esteticamente simili. Le influenze culturali, gli scambi e le relazioni sono stati talvolta conflittuali.



Si tratta di uno strumento fondamentale per alimentare il fuoco in una fucina. Sollevando e abbassando le membrane si comprime l'aria contenuta nei recipienti garantendo un soffio costante e concentrato e aumentando così la temperatura del fuoco. Questo processo è fondamentale per raggiungere le alte temperature necessarie a fondere o modellare i metalli. I mantici permettono di controllare e mantenere il livello di calore richiesto durante le varie fasi della lavorazione dei metalli, rendendo possibile la fusione, la forgiatura e altri processi metallurgici essenziali.



Questi oggetti non avevano solamente un valore pratico come strumenti da lavoro dei fabbri, ma erano anche simboli di prestigio collegati alla sacralità della fusione e della forgiatura. Essi erano prerogativa dei sovrani e dei capi ed erano custoditi segretamente. Come beni di lusso presentavano sovente volti umani scolpiti, come nel bene in esame. In alcuni casi la testa umana poteva essere sormontata da un perno di ferro, simbolo del martello che assicura il contenimento dell'energia spirituale necessaria ai processi di fusione e forgiatura.



L’importanza di questi oggetti deriva dalla cornice mitica che avvolge l’origine della metallurgia in gran parte del continente africano. La scoperta dei metalli vienne narrata come un evento straordinario, attribuita a un eroe fondatore di sesso maschile spesso rappresentato come un fabbro che, in luoghi isolati, scopre la fusione e lavorazione dei metalli e decide di condividerle con l’umanità. Tra i Songye, per esempio, l'eroe fondatore apprende le tecniche della metallurgia da Efile Mokulu, il Creatore. Il motivo che lega la produzione delle armi alla sua cornice mitica è legato alla loro pericolosità intrinseca. La vita dei fabbri, dei guerrieri e dei cacciatori è caratterizzata da numerose insidie. Gli atti di aggressione che questi uomini possono commettere o subire, così come le armi che fabbricano o brandiscono, appartengono a una sfera di grande incertezza. Questa sfera ambigua è colma di pericoli che devono essere affrontati e gestiti. L'origine mitica della metallurgia e di altre pratiche pericolose è fondata sulla necessità di dare un senso alla violenza e di controllare forze superiori agli esseri umani. Solo coloro che sanno dominare queste forze esoteriche possono forgiare armi, cacciare e andare in guerra.



Il bene appartiene al corpus di 185 oggetti donati al Museo da Tiziano Veggia (1893-1957). Veggia lavorò come ingegnere nel Congo Belga per la Compagnie du Chemin de Fer Bas Congo-Katanga (1919-1936) e per l’Otraco (1936-1951), affiancando alla sua attività lavorativa la pratica del collezionismo. Nel maggio 1955 donò la sua collezione al Museo Civico di Torino.
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